Umbria
Assemblea Provinciale Pubblica su Scuola e Università- Venerdi 12 Febbraio
ASSEMBLEA PROVINCIALE PUBBLICA organizzata dai coordinamenti "Viva la Scuola Pubblica"
"Precar* Scuola"
Onda Perugia
Dopo le riforme Gelmini scuola e università sono destinate a cambiare, ma come?
Volantino Onda Perugia
Volantino Coordinamento precar* della scuola e coordinamento provinciale
"viva la scuola pubblica"
Volantino Coordinamento precar* della scuola e coordinamento provinciale "viva la scuola pubblica" 2
Comunicato Onda Perugia
presso
AUDITORIUM della SCUOLA
IPSIA “CAVOUR-MARCONI ”
VIA ASSISANA 40/D – PISCILLE (PERUGIA)
* meno tempo scuola (riduzione dell’orario settimanale di lezione dalla scuola dell’infanzia alle superiori)
* meno insegnanti (100.000 insegnanti in meno in tre anni)
* meno sicurezza e qualità in aule affollate da 30 e più alunni (dall’infanzia alle superiori)
* meno laboratori (meno tecnici e meno attrezzature di laboratorio)
* meno supplenti (tagliate le risorse per le supplenze, ogni scuola si arrangia come può)
* meno soldi (per tutto ciò che serve quotidianamente dai gessetti alla carta igienica)
* meno pari opportunità (l’ingresso di privati negli organi decisionali produrrà disparità sul territorio nazionale. L’obbligo scolastico assolto solo con la formazione e la riduzione di un anno produrrà disparità tra i minori)
* meno risorse (per l’handicap, per i disturbi specifici di apprendimento, per l’accoglienza degli stranieri)
Nessuna informazione dai media
E i dubbi e le richieste di approfondimento restano inascoltati
CHI INFORMERÀ GENITORI E STUDENTI SU CIÒ CHE LI ATTENDE?
All’approssimarsi delle iscrizioni alla scuola pubblica statale noi, lavoratori e lavoratrici della scuola, genitori Informati e preoccupati, abbiamo interesse che l’informazione corretta arrivi e che con essa cresca la Consapevolezza e la mobilitazione per difendere quella scuola che possa garantire ad ognuno/a “la sua parte di sole e di dignità”
Conferenza stampa di presentazione dell'iniziativa
lunedì, 8 febbraio 2010 ore 11.00
Sala della Partecipazione del Consiglio Regionale
Palazzo Cesaroni - P.zza Italia, 2 - Perugia
La situazione attuale di scuola e università:
Riforma Gelmini: in rivolta il mondo della scuola
Precari: diamo la sveglia in tutte le scuole!
La scuola col segno meno
Rassegna stampa sulla riforma delle scuole superiori
Inaugurazione dell'anno accademico. Protesta silenziosa dell'onda perugia
Università di Perugia: compriamo a Manhattan e chiudiamo a Terni?
Vendesi Università: Bistoni e Mannarino si genuflettono a Confindustria
Studente? No, prodotto universitario.
Università in declino. Tra abbandoni e cali di iscrizioni.
L'università ritorna un lusso per pochi
Andrea rossi
da lastampa.it
Crollano le iscrizioni tra i ragazzi usciti dalla maturità. Ma sono soprattutto i figli delle classi più deboli a rinunciare
È stata una sbornia d’inizio millennio, drogata dall’esplosione delle lauree brevi e dal proliferare degli atenei sotto casa. È durata poco. E adesso il mito delle «élite per merito» sembra destinato a restare tale. Altro che avvicinarci alla media Ocse per tasso di universitari e laureati; abbiamo ricominciato a distanziarci. E l’Università sta diventando affare per pochi. Sempre meno e sempre più ricchi. E l’alta formazione di massa? Si sta lentamente affievolendo, stritolata tra disillusione, crisi economica e tagli ai finanziamenti.
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La tendenza sembra consolidarsi da qualche anno, quando - dopo il boom a cavallo del 2000 - le immatricolazioni hanno inesorabilmente cominciato a scendere. In cinque anni abbiamo perso 40 mila matricole: erano 324 mila del 2005; 286 mila a ottobre 2009. Il calo demografico, si dirà. E invece no. O, almeno, non solo. Cinque anni fa 56 ragazzi di 19 anni su cento (il 73 per cento dei diplomati) si iscrivevano all’università. Oggi siamo sprofondati in basso: all’ultimo anno accademico si sono iscritti il 47 per cento dei ragazzi dei 19enni e nemmeno il 60 per cento di chi ha superato l’esame di maturità.More...
«La riforma del 3+2 ha prodotto un’ondata di entusiasmo. Qualcuno ha creduto che l’Università, diventando più corta, fosse diventata più facile», spiega Daniele Checchi, docente di Economia politica alla Statale di Milano. Quando si è capito che così non era la corsa agli atenei si è arrestata, ma a farne le spese non sono stati tutti: nel 2000 un neoiscritto su cinque era figlio di persone con al massimo la quinta elementare; nel 2005 la percentuale è scesa al 15 per cento. Poi ancora giù, quasi un punto all’anno: 14 per cento nel 2006, 13 nel 2007. Ora siamo al 12. Di anno in anno le matricole scendono, portandosi appresso i giovani delle classi sociali più deboli. Gli altri - quelli con genitori laureati - crescono poco alla volta. I figli della classe media - genitori diplomati - tengono botta. «Forse sono cambiate le aspettative sul valore dei titoli di studio», dice il professor Piero Cipollone. Per anni, in Banca d’Italia, ha studiato i costi del sistema formativo, oggi presiede l’Istituto per la valutazione del sistema dell’istruzione e dice che «la laurea non offre più un consistente valore aggiunto: un laureato spesso guadagna poco più di un diplomato, a volte addirittura meno. Non mi meraviglia la fuga dei figli delle classi sociali meno abbienti: l’università oggi è un costo, ma non sempre il risultato vale l’investimento».
La crisi economica dell’ultimo anno e mezzo ha pesato, e non poco. Molti hanno battuto in ritirata. Chi ha tenuto duro fa gli straordinari: l’80 per cento di chi ha alle spalle una famiglia a basso reddito prova a laurearsi lavorando, e una buona parte rientra sotto la voce «lavoratori-studenti». Otto ore al giorno cercano di guadagnarsi da vivere; nel tempo che rimane provano ad agguantare una laurea.
L’austerity imposta dal governo agli atenei ha fatto il resto. «Molte università hanno pensato bene di controbilanciare il taglio dei finanziamenti ministeriali aumentando le tasse d’iscrizione», racconta Diego Celli, presidente del Consiglio nazionale degli studenti universitari. Di questo passo - è il timore del professor Checchi, che da tempo si occupa delle disuguaglianze sociali nell’accesso all’istruzione - «il rischio è che il divario si allarghi ulteriormente, anche se sarei cauto nel dire che i figli delle classi medio-basse stanno fuggendo dagli atenei».
Vero. Ma le barriere restano, anzi, sembrano sempre più massicce, e non solo in ingresso. «Gli steccati non sono stati superati», ammette Checchi. «Negli ultimi vent’anni l’ingresso forse è diventato più democratico, ma l’esito finale no. Le probabilità di abbandono pendono fortemente dalla parte di chi ha redditi bassi». Studi recenti di vari istituti, tra cui la Banca d’Italia, sembrano dargli ragione. In Italia il 45 per cento degli universitari non arriva alla laurea. La presenza in famiglia di un genitore laureato, non solo aumenta la probabilità di iscrizione all’università di oltre il 15 per cento rispetto a genitori con la licenza di scuola media, ma riduce allo stesso modo per cento le probabilità di abbandono.
Forse è l’effetto di decenni trascorsi a galleggiare senza una vera politica di sostegno all’istruzione. «Gli enti per il diritto allo studio funzionano su base regionale - racconta Checchi - assegnano le idoneità ma poi le finanziano finché ci sono i soldi. È una farsa: le graduatorie ci sono, i soldi no. Così tanti che avrebbero diritto a un aiuto non ricevono nemmeno un euro». E così, addio università. Quasi 200 mila studenti l’anno ottengono una borsa di studio, ma tra gli aventi diritto uno su quattro resta senza. Solo otto regioni riescono a sostenere tutti quelli che hanno i requisiti. In altre non si supera il 50 per cento. «Per di più anche dove sono garantite per tutti, le borse non tengono conto del reale costo della vita», attacca Diego Celli.
Assemblea Provinciale Pubblica su Scuola e Università- Venerdi 12 Febbraio
organizzata dai coordinamenti "Viva la Scuola Pubblica"
"Precar* Scuola"
Onda Perugia
Dopo le riforme Gelmini scuola e università sono destinate a cambiare,
ma come?
Volantino Coordinamento precar* della scuola e coordinamento provinciale
"viva la scuola pubblica"
Volantino Coordinamento precar* della scuola e coordinamento provinciale "viva la scuola pubblica" 2
Comunicato Onda Perugia
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* meno tempo scuola (riduzione dell’orario settimanale di lezione dalla scuola dell’infanzia alle superiori)
* meno insegnanti (100.000 insegnanti in meno in tre anni)
* meno sicurezza e qualità in aule affollate da 30 e più alunni (dall’infanzia alle superiori)
* meno laboratori (meno tecnici e meno attrezzature di laboratorio)
* meno supplenti (tagliate le risorse per le supplenze, ogni scuola si arrangia come può)
* meno soldi (per tutto ciò che serve quotidianamente dai gessetti alla carta igienica)
* meno pari opportunità (l’ingresso di privati negli organi decisionali produrrà disparità sul territorio nazionale. L’obbligo scolastico assolto solo con la formazione e la riduzione di un anno produrrà disparità tra i minori)
* meno risorse (per l’handicap, per i disturbi specifici di apprendimento, per l’accoglienza degli stranieri)
Nessuna informazione dai media
E i dubbi e le richieste di approfondimento restano inascoltati
CHI INFORMERÀ GENITORI E STUDENTI SU CIÒ CHE LI ATTENDE?
All’approssimarsi delle iscrizioni alla scuola pubblica statale noi, lavoratori e lavoratrici della scuola, genitori Informati e preoccupati, abbiamo interesse che l’informazione corretta arrivi e che con essa cresca la Consapevolezza e la mobilitazione per difendere quella scuola che possa garantire ad ognuno/a “la sua parte di sole e di dignità”
Conferenza stampa di presentazione dell'iniziativa
lunedì, 8 febbraio 2010 ore 11.00
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La situazione attuale di scuola e università:
Riforma Gelmini: in rivolta il mondo della scuola
Precari: diamo la sveglia in tutte le scuole!
La scuola col segno meno
Rassegna stampa sulla riforma delle scuole superiori
Inaugurazione dell'anno accademico. Protesta silenziosa dell'onda perugia
Università di Perugia: compriamo a Manhattan e chiudiamo a Terni?
Vendesi Università: Bistoni e Mannarino si genuflettono a Confindustria
Studente? No, prodotto universitario.
Università in declino. Tra abbandoni e cali di iscrizioni.
Riforma Gelmini, in rivolta il mondo della scuola, scioperi e manifestazioni
Redazione
ROMA - L'approvazione del Consiglio dei ministri sulla riforma scolastica ha scatenato una vera e propria raffica di polemiche. Sorda alle critiche giunte da più parti, il ministro dell'Istruzione Maria Stella Gelmini ha parlato di svolta epocale, precisando che questa riforma, che prevede uno snellimento sostanziale degli indirizzi di studio nell'istruzione secondaria, ci porterà in linea con l'Europa. Ma non tutti sono di questo avviso.
L'opposizione non ha affatto digerito questa mossa del governo che penalizzerà ulteriormente il nostro sistema scolastico. Pier Luigi Bersani non ha dubbi: "Il riordino della scuola superiore da parte del governo non è una riforma, ma un taglio epocale alla scuola pubblica italiana che ci allontana dall'Europa e nega pari opportunità di vita, di educazione e di lavoro ai ragazzi e alle ragazze del nostro Paese". E tutto questo, secondo il leader del Pd, è un atto esclusivo per far quadrare il bilancio. Ma non è tutto. Il Pd pensa che questa riforma favorirà la dispersione scolastica, penalizzerà i saperi tecnico-scientifici e taglierà le ore di laboratorio negli istituti professionali.
Sulla questione si è espresso anche l'ex ministro Giuseppe Fioroni che ha lanciato un messaggio direttamente al Cavaliere: "La scuola superiore, caro presidente del Consiglio, non 'sforna' ragazzi come da lei testualmente affermato. La scuola ha il compito di formarli ed educarli".
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Dello stesso parere anche l'Idv, che parla di una riforma scritta per la Confindustria e priva di risorse adeguate. Anche i sindacati non hanno lesinato critiche. Per Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil: "Ciò che il governo ha approvato non è una riforma ma solo una rigorosa applicazione dei tagli decisi dal ministro Tremonti. Da questa riforma la professionalità del personale uscirà svilita e tantissimi precari, insegnanti e Ata, saranno presto licenziati". E ancora, secondo Pantaleo, che ha annunciato un'assemblea nazionale per il 17 febbraio e lo sciopero generale il 12 marzo, : "la decisione di ridurre l'orario nella classi successive alla prima e nei soli istituti tecnici e professionali, accentua la separatezza tra i diversi segmenti, producendo nei fatti una divisione sociale grave e inaccettabile tra i giovani sulla base del censo e delle condizioni sociali e culturali di partenza".
I Cobas, che hanno già confermato lo sciopero del 12 marzo parlano di una "riforma sciaguarata che non ha alle spalle alcun progetto didattico, come non ne avevano alle elementari la "maestra unica" o la devitalizzazione del Tempo Pieno."
"Si cancellano o si immiseriscono materie importanti di studio - ha precisato il portavoce Piero Bernocchi - , si tagliano ore di insegnamento cruciali (in media 4 ore settimanali in meno), si sopprimono laboratori e esperienze pratiche professionalizzanti, si cacciano decine di migliaia di precari, eliminandone il posto di lavoro, soltanto in nome del Dio Risparmio, a spese di una istruzione sempre più impoverita, giudicata un investimento improduttivo da questo e dagli ultimi governi".
La Gilda, l'associazione professionale dei docenti italiani sostiene che la riforma penalizza fortemente le seconde, terze e quarte classi su cui ricadranno i tagli previsti dal governo. "E' evidente - ha detto il Coordinatore nazionale della Gilda, Rino Di Meglio - che studenti e docenti delle classi vittime dei tagli non avranno più alcuna certezza rispetto ai percorsi didattici che hanno intrapreso".
Precari: “Diamo la sveglia in tutte le scuole”; e il Copernico occupa
da zic.it
La riforma delle superiori annunciata dal governo è un attacco violento al mondo della scuola. Il Coordinamento precari di Bologna si mobilita mentre gli studenti del Copernico, al termine di un’assemblea spontanea, hanno deciso di occupare. Leggi il comunicato dei precari.
Ieri il Consiglio dei Ministri ha annunciato il varo della Riforma delle superiori definendola una riforma epocale come non se n’erano avute dalla Riforma Gentile del 1923. Siamo d’accordo, questa riforma non solo taglia sull’istruzione ma tende a cancellare tutte le buone pratiche che la scuola ha accumulato in questi 60 anni di Repubblica, cancellando sperimentazioni, aumentando il numero degli alunni per classe, reinserendo di fatto l’avviamento al lavoro. Oltre a mettere sulla strada altri 17000 precari inserisce dentro la scuola la gerarchia tra i docenti e la disciplina, distruggendo così il clima di collaborazione necessario ad un buon processo educativo. E come se non bastasse, impone per decreto che le scuole dichiarino un bilancio falso per evitare di versare quei crediti che sono stati già spesi per le supplenze! Impoverendo così ulteriormente le scuole pubbliche a tutto vantaggio di quelle private che vedono continuamente aumentare il loro contributi.
Di fronte ad un attacco così violento il mondo della scuola è ancora stordito, ma non è affatto pacificato. Per questo, come Coordinamento dei Precari della Scuola (in concomitanza con iniziative simili in altre province d’Italia) abbiamo deciso che è necessario DARE LA SVERGLIA IN TUTTE LE SCUOLE DI BOLOGNA! Questa mattina siamo stati di fronte al liceo Copernico ad invitare i colleghi, il personale ATA e gli studenti a fermarsi un momento a riflettere su quanto sta accadendo. Abbiamo invitato i colleghi a NON COLLABORARE all’attuazione di questa riforma, partendo da dentro i collegi docenti e partecipando a tutte le iniziative dei prossimi mesi. In particolare la serata cittadina del 20 febbraio “Scuola libera tutti” che si terrà al Teatro Testoni dalle ore 15, a allo sciopero nazionale della scuola del 12 marzo con manifestazione a Roma. L’obiettivo è quello di arrestare l’avanzare dei decreti attuativi per impedire l’effettiva pianificazione dei tagli. Prepariamo tutte le iniziative possibili per arrivare a fine anno ad un massiccio SCIOPERO DEGLI SCRUTINI!
Quest’anno la scuola non deve finire!!!
Al termine gli studenti del Copernico hanno dato vita ad un’assemblea spontanea che ha deciso l’occupazione della scuola. Ovviamente nei prossimi giorni saremo al loro fianco in questa battaglia pacifica ma determinata e andremo in tutte le scuole di Bologna per portare la nostra sveglia. Difendiamo la nostra dignità di cittadini, insegnanti e dipendenti pubblici.ù
Coordinamento Precar* della Scuola di Bologna
La scuola col segno meno
qui la rassegna stampa sulla riforma della sucole superiori
di Cinzia Gubbini
Così da ieri la scuola secondaria superiore italiana è stata «riformata». A scorrere il calendario non accadeva dal 1923, anno della cosiddetta riforma Gentile. E a raggiungere un traguardo così ambizioso è il ministro dell'Istruzione Maristella Gelmini, che ieri ha incassato dal Consiglio dei ministri l'ok ai regolamenti con cui riorganizza i licei, i tecnici e i professionali. In effetti, però, la cosiddetta «riforma Gelmini» allo stato non è altro che una riorganizzazione delle scuole superiori: si sfoltiscono gli indirizzi e si riaggiustano gli orari (perdipiù tagliando le ore di lezione a scuola) e inoltre si riequilibra il peso di alcune discipline rispetto ad altre. I detrattori definiscono l'intera operazione un taglio epocale, una misura mirata esclusivamente a risparmiare risorse. Ma dietro c'è molto di più: sulla scorta di una vulgata efficientista il governo ha di fatto separato in due il sistema scolastico. Da una parte ci sono i licei, dall'altra i tecnici e i professionali. Per entrambi sono tempi di magra, ma sono senza dubbio i secondi a farne la spesa maggiore, tant'è che se nei licei la riforma parte solo per i primi anni, nei tecnici e nei professionali sin da subito si andrà a una drastica riduzione dell'orario. Il ministro, spalleggiata dal presidente del consiglio in persona, invece è su tutti altri toni: «E' una riforma epocale e senza alcuna impronta ideologica. Certamente non studiata per fare cassa», ha detto. Aldilà degli aggettivi in parte è vero: Gelmini si è limitata a cucire insieme un po' di cose predisposte dall'allora ministro Letizia Moratti e altre partorite dal ministero guidato da Beppe Fioroni nel governo di centrosinistra. Scelta che secondo il ministro sarebbe garanzia di equidistanza, e che invece finisce per essere solo un pastrocchio con pochissimi respiro. Tutt'altro, insomma, dallo spessore che vorrebbe attribuire Berlusconi alla «riforma»: «Dal prossimo anno scolastico avremo delle scuole che possono essere comparate a quelle degli altri paesi europei - ha detto - perché, secondo quanto ci dichiarano tutte le imprese e le associazioni, la scuola attuale non sforna ragazzi con cognizioni adeguate alle richieste del mondo del lavoro». Non sono mancate, ovviamente, le battute sulla ministra neo sposa «ha lavorato alla riforma invece di andare in viaggio di nozze».Tra gli aspetti positivi della riforma, per quanto riguarda i licei, ci sono l'istituzione di due nuovi licei (musicale e delle scienze umane), il potenziamento dell'area scientifica e matematica nel liceo classico con l'introduzione della lingua sin dal primo anno e per il linguistico l'introduzione sin dal primo anno l'insegnamento di tre lingue straniere, dal terzo anno una materia sarà impartita in lingua straniera, mentre dal quarto anno le discipline insegnate in lingua straniera diventeranno due. Per i tecnici e i professionali, invece, buone notizie non sembrano essercene: la vera cifra della riforma è un taglio drastico dell'orario, 32 ore di 60 minuti al posto delle 36 ore di 50 minuti attuali per i tecnici e ben 32 ore al posto delle 36 di oggi per i professionali. Con la promessa che si starà meno sui libri e più nei laboratori. Il tutto condito da promesse di «laboratori» più numerosi (e anche di risorse) e una grandissima flessibilità del curricolo negli ultimi anni che prelude a un prossimo ritorno a una grande varietà di indirizzi. Il taglio delle cattedre è conseguente: se ne calcolano 17 mila. «Il riordino della scuola superiore del governo non è una riforma, è un taglio epocale alla scuola pubblica italiana che ci allontana dall'Europa e nega pari opportunità di vita, di educazione e di lavoro ai ragazzi e alle ragazze del nostro paese», il commento del segretario del Pd Pierluigi Bersani, che ricorda un grosso limite della riforma: la completa assenze di possibilità di «passaggio» tra un sistema e l'altro: «La scelta compiuta a 13 anni diventa nei fatti irreversibile per la grande differenza di programmi proposti dai diversi percorsi formativi sin dal primo biennio, favorendo la dispersione scolastica», dice Bersani. Durissima la Cgil, con il segretario della Flc Mimmo Pantaleo: «Ciò che il governo ha approvato non è una riforma ma solo una rigorosa applicazione dei tagli decisi dal Ministro Tremonti. Il confronto con le organizzazioni sindacali è stato ancora una volta ininfluente rispetto alle scelte finali nonostante le proposte avanzate nei tavoli tecnici e sistematicamente ignorate».
Rassegna stampa sulla riforma delle scuole superiori
Via alla riforma della scuola superiore da tecnica della scuola
La scuola col segno meno da il manifesto
Via libera alla riforma delle superiori dal corriere della sera
Scuola: si alla riforma gelmini da la repubblica
La scheda: ecco la nuova scuola superiore da la repubblica
Studiare meglio, studiare meno da indymedia
La scuola cambia, ma quale scuola ci aspetta? VENERDÌ 12 FEBBRAIO 2010 – ORE 20,30
presso
AUDITORIUM della SCUOLA
IPSIA “CAVOUR-MARCONI ”
VIA ASSISANA 40/D – PISCILLE (PERUGIA)
Assemblea 3 Febbraio, Ore 17, Ritrovo entrata facoltà di Lettere, Palazzo Manzoni
Parleremo innanzitutto delle condizioni di salute del nostro ateneo.
Progetteremo i seminari di autoformazione: psichiatria, pedagogia libertaria, crisi e nuovi modi di produzione. La progettazione e la partecipazione ai seminari è assolutamente aperta, chiunque fosse interessat* può prendervi parte.
Discuteremo di come proseguire la campagna sualla trasparenza dei verbali di senato accademico e consiglio d'amministrazione e dei bilanci.
Ci aggiorneremo sulla situazione del rapporto co* precar* della scuola (CPS) e con la realtà dello sciopero de* stranier* del primo marzo.
Programmeremo anchele prossime puntate del programma radiofonico diari d'onda.
Invitiamo chiunque fosse interessato a partecipare e portare le proprie idee.
foto di Tano d'Amico presa qui
Inaugurazione anno accademico- La protesta silenziosa dell'Onda Perugia- Rassegna Stampa e Video
Video dedicato all'inaugurazione e alla contestazione dell'onda e dell'Apr dal TGR Umbria
Il simbolo che vedete qui sopra è il logo dell'associazione università per l'umbria, di cui parliamo qui e qui
Inaugurazione anno accademico- protesta silenziosa dell'Onda Perugia
guarda le foto della protesta
leggi la rassegna stampa
Perugia, 2 febbraio 2010- Il 702-esimo Anno Accademico dell'Università di Perugia è stato inaugurato. In pompa magna, come sempre. Rettore in ermellino professori togati, come sempre. Goliardi al seguito, Inno d'Italia e via. Tanto rumore per nulla. Tante chiacchiere per dire che nonostante tutto l'università sta andando avanti.
E di fronte a tanto tradizionale clamore, onda Perugia ha deciso di attuare una protesta silenziosa. Non appena il magnifico ha cominciato la sua prolusione indicando i 'successi' dell'Università di Perugia del 2009, una decina di student* e precar* dell'onda hanno indossato un cappuccio nero da massone, si sono alzati in piedi ed hanno esposto i cartelloni con i reali risultati raggiunti dall'università in questo ultimo anno:
- le tasse universitarie sono aumentate, fino a 400 euro;
- i borsisti hanno dovuto pagare le tasse in attesa di un futuro rimborso, ma i loro soldi sono stati messi a bilancio dal Consiglio di Amministrazione;
- l'assistenza sanitaria per gli studenti, rimossa nel 2008, non è stata ripristinata;
- le borse di dottorato finanziate direttamente dall'università sono state ridotte del 70%, mentre la Fondazione Cassa di Risparmio ha preso in mano la gestione di dottorati ed assegni di ricerca post-dottorato;
- numerosi professori ordinari, alle soglie della pensione, sono stati nominati emeriti con una bolla rettorale per risparmiare su nuovi contratti di docenza e per rafforzare il reticolo di potere che controlla l'università;
- i nostri soldi sono stati usati per oscuri ed esotici investimenti immobiliari a Manhattan, mentre il polo ternano, ritenuto ormai economicamente non produttivo, è messo in liquidazione in attesa che i benemeriti confindustriali del luogo si gettino sulla sua carcassa senza sprecare un soldo;
- Bistoni ha organizzato all'interno di spazi universitari una serie di incontri con politici ed industriali locali parlando in qualità di presidente di una associazione (Università per l'Umbria) con sede legale al rettorato.
Tutto questo è indice di come Bistoni nell'ultimo anno si sia solo preoccupato di trasferire i tagli imposti dalla controriforma universitaria firmata Gelmini-Tremonti interamente su studenti e precari e abbia cominciato a gettare le basi per un futuro passaggio dell'Università di Perugia a Fondazione di diritto privato.
E a chi ci invita a lasciar perdere o ad adattarci alla nuova realtà dell'università privatizzata, noi continueremo a rispondere. Anche in silenzio.
Perché il nostro silenzio urla più di tante vuote parole.
ps. ci è giunta questa rettifica da un rappresentante degli studenti riguardo la questione emeritati: "ho fatto tornare il regolamento in commissione per modificarlo. il rettore non potrà + nominare gli emeriti ma dovranno passare x il ministero".
Rassegna stampa sulla situazione dell'ateneo:
Università di Perugia: compriamo a Manhattan e chiudiamo a Terni?
Studente? No, prodotto universitario.
Vendesi università. Bistoni e Mannarino si genuflettono a Confindustria
Assemblea 3 Febbraio, Ore 17, Ritrovo entrata facoltà di Lettere, Palazzo Manzoni
Parleremo innanzitutto delle condizioni di salute del nostro ateneo.
Progetteremo i seminari di autoformazione: psichiatria, pedagogia libertaria, crisi e nuovi modi di produzione. La progettazione e la partecipazione ai seminari è assolutamente aperta, chiunque fosse interessat* può prendervi parte.
Discuteremo di come proseguire la campagna sualla trasparenza dei verbali di senato accademico e consiglio d'amministrazione e dei bilanci.
Ci aggiorneremo sulla situazione del rapporto co* precar* della scuola (CPS) e con la realtà dello sciopero de* stranier* del primo marzo.
Programmeremo anchele prossime puntate del programma radiofonico diari d'onda.
Invitiamo chiunque fosse interessato a partecipare e portare le proprie idee.
foto di Tano d'Amico presa qui
Assemblea 3 Febbraio, Ore 17, Ritrovo entrata facoltà di Lettere, Palazzo Manzoni
Parleremo innanzitutto delle condizioni di salute del nostro ateneo.
Progetteremo i seminari di autoformazione: psichiatria, pedagogia libertaria, crisi e nuovi modi di produzione. La progettazione e la partecipazione ai seminari è assolutamente aperta, chiunque fosse interessat* può prendervi parte.
Discuteremo di come proseguire la campagna sualla trasparenza dei verbali di senato accademico e consiglio d'amministrazione e dei bilanci.
Ci aggiorneremo sulla situazione del rapporto co* precar* della scuola (CPS) e con la realtà dello sciopero de* stranier* del primo marzo.
Programmeremo anchele prossime puntate del programma radiofonico diari d'onda.
Invitiamo chiunque fosse interessato a partecipare e portare le proprie idee.
foto di Tano d'Amico presa qui
Assemblea 3 Febbraio, Ore 17, Ritrovo entrata facoltà di Lettere, Palazzo Manzoni
Parleremo innanzitutto delle condizioni di salute del nostro ateneo.
Progetteremo i seminari di autoformazione: psichiatria, pedagogia libertaria, crisi e nuovi modi di produzione. La progettazione e la partecipazione ai seminari è assolutamente aperta, chiunque fosse interessat* può prendervi parte.
Discuteremo di come proseguire la campagna sualla trasparenza dei verbali di senato accademico e consiglio d'amministrazione e dei bilanci.
Ci aggiorneremo sulla situazione del rapporto co* precar* della scuola (CPS) e con la realtà dello sciopero de* stranier* del primo marzo.
Programmeremo anchele prossime puntate del programma radiofonico diari d'onda.
Invitiamo chiunque fosse interessato a partecipare e portare le proprie idee.
foto di Tano d'Amico presa qui
Primo Marzo 2010. Sciopero de* stranier*. Il Manifesto e Cosa possono fare gli/le italian*
«Primo Marzo 2010, Sciopero degli Stranieri»
A questo movimento aderiscono persone di ogni provenienza, genere, fede, educazione e orientamento politico, immigrati, discendenti di immigrati e autoctoni.
Siamo accomunati dalla consapevolezza di quanto sia importante, da un punto di vista sociale, culturale e economico, l’apporto dell’immigrazione per l'Italia.
Siamo indignati dalle campagne denigratorie che hanno investito gli stanieri in questo Paese, determinando un clima di barbaro razzismo e portando all'approvazione di leggi discriminatorie e lontane dal dettato e dallo spirito della nostra Costituzione.
Ricordiamo che il diritto a emigrare è riconosciuto dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e che la storia umana è storia di migrazioni: senza di esse non ci sarebbe stato nel nostro mondo alcun processo di civilizzazione e di costruzione delle culture.
Rifiutiamo gli stereotipi e le leggi
e i provvedimenti razzisti, le campagne istituzionali anti-immigrati,
l'uso di termini e di immagini discriminatorie e l'utilizzo stumentale
del richiamo alle radici culturali nonché della religione cristiana
per giustificare politiche, locali e nazionali, di rifiuto e non accoglienza.
Gli immigrati non sono una massa informe di parassiti e opportunisti. Non sono braccia meccaniche e forza lavoro a buon mercato. Sono persone che lavorano duramente e svolgono funzioni essenziali per la tenuta di una società complessa e articolata come la nostra, persone singolarmente portatrici di proposte, idee, forza emotiva, linguaggi, interessi, desideri.
Chiediamo che la fatica quotidiana degli immigrati impegnati a lavorare in Italia e per l'Italia, spesso in condizioni durissime e in violazione dei più elementari diritti umani, venga riconosciuta e apprezzata.
Chiediamo che finisca, qui e ora, la politica dei due pesi e delle due misure, nelle leggi e nell'agire delle persone.
Per questo abbiamo creato questo collettivo, che nasce già meticcio ed è orgoglioso di riunire al proprio interno italiani, stranieri, G2 (seconde generazioni) e chiunque ne voglia fare parte.
Per questo indiciamo la manifestazione "Primo Marzo 2010 Sciopero degli Stranieri".
Vogliamo far sentire la nostra voce in modi diversi: con l’astensione dal lavoro, oppure con lo sciopero degli acquisti, evitando di prendere i mezzi pubblici per un giorno o con una semplice presenza in piazza.
Siamo organizzati in comitati cittadini autorganizzati che sceglieranno autonomamente la protesta nelle forme e nei modi che riterranno più adatti alle singole realtà.
"Primo Marzo 2010 Sciopero degli Stranieri" si collega idealmente a iniziative simili che lo hanno preceduto:
20 settembre 1989, Villa Litterno, sciopero degli immigrati contro il caporalato e la camorra, dopo l'assassinio razzista di Jerry Essan Masio; 16 maggio 2002, Vicenza, sciopero degli immigrati contro la legge Bossi-Fini.
"Primo Marzo 2010 Sciopero degli Stranieri" si collega idealmente anche allo sciopero del 1 maggio 2006 negli Stati Uniti, quando milioni di persone si fermarono per protestare contro il reato di clandestinità e le politiche di esclusione.
"Primo Marzo 2010 Sciopero degli Stranieri" si collega e si ispira, infine, a La journée sans immigrés : 24h sans nous, il movimento che da qualche mese, in Francia, sta camminando verso lo sciopero degli immigrati per il 1 marzo 2010.
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Primo Marzo 2010: COSA POSSONO FARE GLI ITALIANI
1) diffondere il più possibile l'iniziativa, soprattutto tra gli immigrati che conoscono o con cui hanno dei contatti;
2) contribuire attivamente alla costituzione di comitati locali e partecipare alle attività del proprio gruppo;
3) indossare quel giorno un
simbolo di riconoscimento (per il momento si è scelto il giallo che
è stata usato per altre iniziative contro il razzismo);
4) suggerire forme di protesta alternative allo sciopero strictu sensu (non tutti possono astenersi dal lavoro, pensiamo ai precari, a chi fa lavoro domestico, a chi non ha un contratto regolare...);
5) facilitare l'adesione allo
sciopero da parte degli immigrati: informarli rispetto ai loro diritti,
indicare le strade da percorrere per farli valere e, se si è datori
di lavoro, incoraggiare i propri dipendenti a esprimere il dissenso;
6) attivarsi per raccogliere fondi: siamo persone comuni, e per produrre il materiale informativo, i manifesti e portare avanti le attività dei comitati servono risorse;
7) mettere a disposizione il proprio know how: servono consulenze legali, abilità informatiche etc etc per portare avanti l'iniziativa;
8) SCIOPERARE: questo sciopero avrà più impatto se vedrà uniti autoctoni e immigrati, nella consapevolezza che la violazione dei diritti è un danno per l’intera collettività e non solo per chi singolarmente e direttamente la subisce.
Università in declino. Tra abbandoni e cali di iscrizione
di Alessandra Bullegas
da unimagazine
Qualcosa non va nell’Università italiana. Le cause di tale disfacimento sono tante e da ricercare non solo in un passato recente ma anche in quello più lontano. La percentuale dei ragazzi che si iscrivono all’università è tornata sotto il 70% e il tasso di abbandono dopo il primo anno è del 20%
Qualcosa non va nell’Università italiana. Le cause di tale disfacimento sono tante e da ricercare non solo in un passato recente ma anche in quello più lontano. A partire dalle riforme degli anni ’90, infatti, ossia quelle riguardanti i concorsi e l’introduzione delle lauree in successione : il 3+2. I concorsi locali, con la moltiplicazione delle commissioni e le triple e doppie idoneità, hanno fornito un incentivo perverso ad accordi di scambio tra sedi o gruppi di professori: votarsi a vicenda per la composizione delle commissioni di concorso ed appoggiare, a vicenda, i rispettivi candidati è divenuta pratica pressoché costante.
Per quanto riguarda il sistema del 3+2 , questo ha portato a una rapida e gigantesca moltiplicazione dei corsi di laurea e alla frammentazione degli insegnamenti; tale sistema adottato in principio con la buona speranza di apportare una base metodologica più specifica e adeguata alle richieste della società moderna, non ha invece soddisfatto questo bisogno. Ha piuttosto contribuito a duplicare il numero delle lauree rendendo incerta la laurea breve (nonchè propedeutica al biennio di specializzazione) e indebolendone le basi che avrebbe dovuto fornire. Per avere un’idea di cosa ha provocato tale sistema diamo un’occhiata ai numeri che ci fornisce la banca dati su Internet del Comitato Nazionale per la valutazione del sistema universitario. Sono 514 mila 539, il 33%, appena un quarto degli studenti che risultano iscritti nell’anno accademico 2007/08, quelli perfettamente in regola con gli esami. Il picco maggiore dei fuori corso si registra nel meridione, a Cagliari il numero degli studenti in regola si aggira attorno al 19,6%, a Reggio Calabria i l8,7% a Palermo appena il 14,4%.
Così la percentuale dei ragazzi che si iscrivono all’università è tornata sotto il 70% e il tasso di abbandono dopo il primo anno è del 20%. In controtendenza a una diminuzione degli iscritti, segue un aumento del numero dei corsi di laurea, incrementati del 32% nel giro di 7 anni. Aumentate di conseguenza in modo smisurato anche le sedi periferiche, al punto che in ben 70 di queste c’è solo un corso e in altre 30 appena due. Ciò porta ovviamente a un aumento dei costi di mantenimento degli atenei del 23,4% senza che la qualità dell’istruzione sia minimamente migliorata.
A fornire una visione pessimista ma molto realista di tale situazione è il nuovo libro di Alessandro Monti, ordinario di Politica economica e docente di Scienza dell’amministrazione presso la facoltà di Giurisprudenza dell’università degli studi di Camerino. Un saggio dal titolo “Indagine sul declino dell’Università italiana”, che indaga sulle cause e suggerisce i fattori che ne determinano il cattivo funzionamento. Una critica contro le corporazioni accademiche che antepongono i loro interessi a quelli degli studenti e all’operato inadeguato dell’azione del Governo, sollevando per lo più da ogni responsabilità gli studenti vittime del sistema, ormai improntato su una linea di “riforma permanente” che precarizza il funzionamento degli atenei. Un altro fattore di destabilizzazione è la troppa autonomia affidata agli Atenei. La riassunzione da parte del Parlamento di alcune responsabilità porterebbe con tutta sicurezza a scelte migliori nelle linee strategiche da seguire nell’istruzione superiore.
Lo stato attuale del sistema universitario italiano è un cocktail esplosivo di elementi sbagliati tutti concentrati nello stesso contenitore; e il risultato è sotto gli occhi di tutti gli studenti.
Alessandra Bullegas
Speciale welfare - 500 euro, possono bastare?
leggi l'approfondimento di uniriot.org
Le dichiarazioni di Brunetta di questi ultimi giorni hanno riaperto un dibattito su un tema fondamentale per il nostro paese, ovvero la questione sociale della precarietà giovanile. Per questo abbiamo deciso di aprire uno spazio di discussione e di approfondimento con l'intenzione di sperimentare una nuova forma di interazione e confronto (a partire dal sondaggio e dalla possibilità di contribuire al dibattito, inviando contributi via mail o pubblicandoli direttamente sul sito).
I giovani, gli studenti e i precari vivono da anni una condizione di precarietà che è paradigma stesso di tutti gli ambiti della vita, delle relazioni, del lavoro, dello studio. Non è una novità, per noi cresciuti a cocopro e tirocini, abituati alle stanze per studenti a 400 euro a posto letto e a non pagare il biglietto del tram per risparmiare, per dirne qualcuna. Abituati, ma non per questo remissivi. Anzi.
L'assenza di welfare, di reddito, di servizi qualificati per i giovani in questo paese se pure continua ad essere una questione inevasa da parte della politica istituzionale è al tempo stesso tema ineludibile: esploso nelle piazze e nelle università, nei mille luoghi del nuovo sfruttamento del lavoro precario o gratuito, il conflitto contro la precarietà e per il reddito ha aperto dentro la crisi, con il movimento dell'Onda in particolare una fase nuova: una fase che parte dalla consapevolezza diffusa della necessatà di nuovi ammortizzatori sociali, di un nuovo welfare,di un reddito per tutti.
La scommessa abbiamo cominciata a lanciarla nelle piazze, nella sperimentazione di generalizzazione degli scioperi e dei conflitti, nelle relazioni dentro il lavoro contemporaneo che è la nostra stessa vita, oggi messa a produzione. Adesso, raccogliendo l'invito, perfido e falso, del provocatorio Brunetta, noi rilanciamo.
Ovviamente, la polemica sui bamboccioni, non nuova da parte della classe politica più vecchia e incapace d'Europa, diventa funzionale ad un attacco provocatorio che ha come obiettivo da una parte quello di provocare uno scontro intergenerazionale (in un paese a bassissima crescita demografica) dall'altro di perpetrare un nuovo attacco ai sindacati, che spesso si pongono più il problema della difesa di vecchi (e insufficienti) diritti garantiti che non di conflitti per crearne di nuovi.
Il noto ministro ( incapace di rifarsi il letto, e di molto altro ancora) ha evidentemente molto poco a cuore la sorte dei giovani precari, dei non garantiti edei giovani più in generale, eppure sa che non può non discuterne, e gioca così la sua carta. Tanto, con la crisi, chi oserà prendere sul serio le sue provocazioni?
Beh, noi lo abbiamo fatto da anni, con serietà, in mezzo a tanti e diversi, abbiamo conosciuto il nostro, comune, desiderio di indipenzenda, autonomia, rifiuto della precarietà, intrecciato percorsi di conflitto, riappropriandoci di servizi, case, reclamando reddito. Ci prendiamo molto sul serio, e proprio perchè i bamboccioni ( come il ministro, per sua stessa affermazione) appartengono ad un altro universo rispetto alle migliaia di giovani costretti a casa dall'assenza di welfare, dalla precarietà lavorativa e dalla rendita dei palazzinari,prendiamo molto sul serio la proposta: ovviamente, senza togliere una lira dalle pensioni, noi vogliamo quei soldi.
Vogliamo discuterne, vogliamo capire, vogliamo confrontarci. Con i giovani, gli studenti, i precari. Con chi è come noi e con chi non lo è. Ma sopratutto, vogliamo continuare a dire che non pagare la crisi vuol dire reclamare reddito, per noi, per tutti, per i giovani e i meno giovani.
Brunetta, siamo sicuri che 500 euro possono bastare?
La redazione di uniriot.org
Gli studenti della pantera- Storia di un movimento rimosso
A vent’anni di distanza dal 1990, il libro è la prima storia del movimento studentesco scoppiato contro la riforma universitaria del ministro Ruberti, che portò a mesi di occupazioni in tutto il paese. Attraverso la propria memoria, ma anche rileggendo i documenti del movimento e tutta la rassegna stampa di quei mesi, l'autore ricostruisce le tappe di un movimento rimosso dalla storiografia ufficiale, diversamente dal '68 e dal '77.
Chi erano quegli “strani” studenti che si mobilitarono subito dopo la caduta del Muro di Berlino? Cosa volevano? Perché scelsero la Pantera come simbolo? Perchè furono sconfitti? E chi sono oggi gli “ex-panterini”?
Autore
Nando Simeone, Psicologo, nel 1990 fu tra i protagonisti del movimento della Pantera nella facoltà di Psicologia di Roma. E' stato dirigente del Prc, e dal 2003 al 2008 Vice presidente del Consiglio provinciale di Roma. Ha curato la pubblicazione del libro di Raul Pont, La democrazia Partecipativa (Edizioni Alegre 2005). E’ tra i fondatori di Sinistra Critica ed è attivo nella ‘’Rete 28 Aprile’’ area programmatica della sinistra Cgil.
La Pantera vent'anni dopo- I video
Spot - LA PANTERA - Movimento studentesco - 1990
L'OCCHIO DELLA PANTERA - Movimento studentesco 1990
Disoccupati di lusso o docenti per passione?
di Valentina Fulginiti
Il lavoro c'è, sono i posti di lavoro che mancano. In estrema sintesi, è questo il messaggio che Thomas H. Benton, professore associato di Inglese allo Hope College (Holland, Mich) ha lanciato quasi un anno fa dalle colonne del periodico on-line The Chronicle of Education, per il quale si occupa di carriere e occupazione sul “fronte umanistico”. E a chi lo accusa di voler spezzare i sogni dei giovani, obietta: “Non sono io che faccio a pezzi i loro sogni. Lo hanno già fatto decenni di politiche nell'educazione superiore, insieme alla nostra incapacità, come corpo docente, di aiutarli.” (The Chronicle of Education, 13 Marzo 2009).
A quasi un anno dall'uscita, lo speciale Just don't go (uscito in due pezzi, il 30 gennaio 2009 e il 13 marzo 2009) non perde in mordente e attualità. Vale la pena parlarne qui in Italia, dove per molti versi la situazione è simile, e dove la scelta di proseguire gli studi all'estero appare a molti un'alternativa credibile alla disoccupazione, anche fuori dalle cosiddette scienze dure, tradizionali ambiti di emigrazione dei cervelli.
Che le materie umanistiche non siano le più indicate per trovare lavoro, lo sapevamo senza bisogno di scomodare Thomas Benton. Ci viene rinfacciato, più o meno quotidianamente, da ingegneri ed economisti che deridono i precari umanisti o, peggio, negano l'esistenza della crisi al grido di “Colpa vostra, ve la siete cercata”. Quel che invece è interessante, è l'esauriente, puntuale descrizione di come funziona il mercato del lavoro accademico. Siamo sicuri che negli USA ci sia la manna che cade dal cielo? Il docente americano, sulla base della propria esperienza, la pensa diversamente. “Just don't go”, è il suo consiglio ai neo-laureati che pensano di intraprendere un PhD in materie umanistiche. E spiega, punto per punto, come funziona il mondo accademico: pochissime posizioni retribuite, sempre meno tenure positions a fronte di un aumento di figure instabili: Lecturers, Adjuncts Professors, Research Professors e chi più ne ha più ne metta. Riuscire a ottenere una borsa di studio per passare cinque o sei anni della propria vita a studiare Jane Austen – argomenta ancora Benton – ha poco a che vedere con il diventare, un giorno, un professore con tutti i crismi (benefici previdenziali inclusi). Ecco come si diventa disoccupati con un PhD. A questo punto, o continui a lavorare, senza tutele e sottocosto, nell'illusione di acquisire quell'ulteriore esperienza e quelle ulteriori referenze che possano portarti a una svolta, oppure cerchi lavoro fuori dall'accademia. Con dieci anni di troppo sulle spalle, nessun risparmio (quando non ci sono debiti da pagare) e nessuna competenza pratico-tecnica. Questo quadro occupazionale è destinato a non cambiare per i prossimi decenni, argomenta ancora il docente: non ha senso sperare in un'ondata di pensionamenti, che in anni di recessione offrono il destro per tagliare cattedre in eccesso. In eccesso – puntualizza Benton – non rispetto all'effettiva necessità di lavoro, ma rispetto alle scelte economiche e strategiche degli atenei. Sic stantibus rebus, un PhD in materie umanistiche è consigliabile a una minoranza di persone, che dispongano di solide reti familiari in accademia, possibilmente di un cospicuo patrimonio o, al limite, di un coniuge con una posizione solida.
Non c'era bisogno di andare fino negli USA per imparare tutto questo: chi scrive ha sentito dire a un docente, in un'aula strapiena di matricole: «Questa è una facoltà che potete fare se e solo se siete ricchi di famiglia», proprio così, fuori dai denti. I tre requisiti del dottorando ideale suonano poi estremamente familiari al lettore italiano: per un'ironia della sorte, il più capitalistico ed efficiente dei sistemi perviene agli stessi risultati del peggior familismo e clientelismo italiano. Con una differenza: negli USA si studia per diventare avvocati e commercialisti a 22 anni, avendo il primo ciclo di università alle spalle, e di conseguenza, una percezione più realistica delle proprie condizioni e possibilità economiche; i percorsi di studio sono più graduali e flessibili, consentono maggior spazio di manovra. In Italia scegli la facoltà a a 19 anni, ed è per sempre: se alla fine della laurea di primo livello non trovi lavoro e vuoi cambiare ramo, devi rifarne un'altra daccapo. Passare da una triennale in Comunicazione a un biennio in Marketing (o viceversa), per esempio, è un'impresa degna di Eracle: ma sono davvero ambiti così distanti? Senza parlare dell'assurda distinzione, tutta italiana, fra Lauree Specialistiche, Master e Master di II livello, che portano l'umanista depresso a specializzarsi in ambiti più “produttivi” (editoria, giornalismo, risorse umane) dopo non uno, ma due livelli universitari, alla tenera età di 24-25 anni (cioè quando i giovani degli altri paesi hanno il primo scatto di carriera). E per fortuna che col 3+2 dovevamo velocizzarci e diventare “competitivi” sul mercato europeo.
Bisogna capire i meccanismi del mercato a cui (non) si accede, ci dice Benton, o si finisce per esserne stritolati, attribuendo a se stessi le colpe e non alle regole di una “partita truccata in partenza”. Sacrosanto. Ma quando dall'analisi si passa alla pratica, le risposte non sono facili. La conseguenza di questo ragionamento dove porta? Ad accettare lo status quo – causato, intendiamoci, non da chi lo analizza lucidamente, ma da chi ne genera le premesse economiche e materiali? Il docente sostiene di sì, accusando di immaturità i giovani che, non volendo accettare la triste differenza tra i loro sogni e la realtà, condannano se stessi a una perenne adolescenza, come se si potesse “vivere in eterno senza mai doversi prendere cura di figli piccoli o genitori anziani”. Ma non è questo un altro modo, più sottile, per colpevolizzarci di una situazione che ci viene imposta? Non sarebbe più opportuno cercare di cambiare lo status quo? Magari smettendo di lavorare gratuitamente e rispondendo in coro: “Se non avete bisogno di nuovo personale sta bene, però a tenere gli altri 38 corsi di questo semestre ci andate voi”?
Nel frattempo, rimane valido il suggerimento dato da Benton agli umanisti più testardi: tenete gli occhi aperti sul mondo, non disprezzate le attività non accademiche, acquisite competenze diverse (cominciando da quelle informatiche, troppo spesso disprezzate da chi vive con la testa tra le nuvole), e soprattutto acquisite la capacità di “surfare” fuori e dentro l'accademia. Possibilmente per cambiarla, immettendovi nuove domande e nuovi contenuti dal mondo “reale”.
Investing in brains
Should the economic squeeze mean cuts, reform or more spending on education?
IN CALIFORNIA the students are revolting—not against their teachers, but in sympathy with them. The state’s governor, Arnold Schwarzenegger, has cut $1 billion, some 20% of the University of California’s budget, as he tries to balance the state’s books. Fees may rise by a fifth, to over $10,000. Support staff are being fired; academics must take unpaid leave.
That is part of a global picture in which cash-strapped governments in the rich world are scrutinising the nearly 5% of GDP they devote to education. Those budgets may not be the top candidates for the chop, but they cannot fully escape it.
Just before Christmas the British government said it planned to reduce spending on higher education, science and research by £600m ($980m) by 2012-13, just as a chilly job market is sending students scurrying to do more and longer courses. The trade union that represents academic staff claims that up to 30 universities could close with the loss of 14,000 jobs. A House of Commons select committee is investigating the effects on British science.
Even where education spending has not been slashed, it may face a squeeze as short-term stimulus spending ends. America’s $787 billion Recovery Act passed by Congress nearly a year ago included $100 billion for education. More than half is to be spent this year, meaning that the budget will have to be cut in 2011. A study by the Centre for the Study of Education Policy at Illinois State University, published on January 18th, found that half of American states will have spent all of their stimulus money for education by the end of July. Cuts will follow. Privately funded schools and colleges have seen their endowments and donors’ enthusiasm wither.
Elsewhere, the cuts are less severe. Japan, for example, is reducing university spending by a flat 1% over each of the next five years. In France President Nicolas Sarkozy last month announced plans to borrow money to finance a €35 billion ($50 billion) spending plan, the lion’s share of which will go to universities. Though that is only a temporary boost, and the money will have to be repaid, it highlights the hopes that governments place in education’s role in future economic growth.
Believers in that will welcome a new study from the Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD), a rich-country think-tank. It provides new evidence of the link between educational attainment and prosperity. To be published on January 27th, the study, entitled “The high cost of low educational performance”, compares international data on 15-year-olds’ cognitive skills—how they apply their science, maths and reading abilities—with their countries’ economic growth.
Admittedly, the real picture is more complicated than some in the education lobby would concede. The OECD study does not link education spending to economic success—or even to educational outcomes. What it does show is that good exam results tend to be followed, a few years later, by small but measurable improvements in economic growth. That does not convince sceptics such as Alison Wolf, author of a book called “Does Education Matter?”. She describes the OECD study as “ridiculously superficial”. Education may be something fun and desirable that countries spend more on as they get richer, rather than being the engine of economic growth.
Just supposing…
Assuming the relation between test scores and future growth is indeed causal, the OECD study also works out the economic benefits of improving cognitive skills by the equivalent of nine months’ worth of schooling. That is a reasonable target: Poland’s education reforms between 2000 and 2006 brought slightly more than that gain. Over many decades, the small rise in average growth rates this could bring makes a big difference—a stonking $115 trillion in extra wealth for its member countries by 2090, the OECD reckons. A more ambitious target, such as getting educational attainment up to Finland’s stellar levels, would mean even bigger gains.
That would require a huge and unlikely shake-up in school education in the rich world. And reforms are even more badly needed in poor countries (see article). But big changes are likely in higher education, which is more sensitive to market pressures.
British universities are right to be worried. Bahram Bekhradnia of the Higher Education Policy Institute, in Oxford, says they are worst-placed to cope with the cuts. Unlike their continental European competitors, they have already diversified their revenues by charging fees. Raising them further will be hard. But they could become more efficient. At Britain’s independent University of Buckingham, the vice-chancellor, Terence Kealey, cheekily welcomed the spending cuts and the two-year undergraduate degree courses that may result. His university had been teaching such courses for years, he noted.
The squeeze on state spending in higher education offers big opportunities for private-sector providers. These already compete strongly in offering professional qualifications. Colleen Graffy, a London-based law professor with Pepperdine, a not-for-profit Californian university, says the private sector is more innovative in designing courses and more flexible in providing them. Alan Jenkins of Kaplan (owned by the Washington Post group) looks forward to a “more level playing field” as the state subsidy drops. And the University of Phoenix, America’s largest private education provider, has sharply increased enrolments, from 384,000 to 455,000 in the past year. It is also talking to the Californian authorities about providing education online. The state’s ability to supply education is one thing. Demand for it is another.
