Campania
“Orto Sociale” Via Campesina
Il gruppo di architettura “Seu” (SottoEffettoUrbano) e la Rete Associativa Cilentana “Laboratorio31” il 24 agosto hanno aperto i cancelli a tutta la cittadinanza cilentana il primo “Orto Sociale” di Sapri, nei pressi della chiesa di Santa Croce. Finalmente dopo quasi vent’anni di inutilizzo e incuria di un’area comunale si ridà la possibilità a tutti i cittadini del Golfo di Policastro di accedere a questo meraviglioso scorcio naturale a due passi dal mare di Sapri.
La volontà di riqualificare gli spazi inutilizzati e restituirli alla comunità nasce da un workshop di un gruppo di architetti in collaborazione con la rete “labo31” che ha utilizzato materiali di riciclo e di risulta per riprogettare uno spazio che sia fruibile per eventi culturali e artistici.
La scelta di inserire nello spazio anche alcuni orti (con una tecnica particolare, denominata coltivazione sinergica) è dovuta alla consapevolezza che ci sia ormai un allontanamento dell’uomo dalla natura ed, in particolar modo, dalla possibilità di poter produrre il cibo che consuma. Con questi piccoli orti si vuole dare l’opportunità a chi ne abbia voglia di poter recuperare il contatto con la terra e apprendere le tecniche di coltivazione dell’orto sinergico.
Con l’apertura di questo spazio continua la “campagna per l’apertura degli spazi sociali” nel Golfo di Policastro che vede impegnata la Rete Laboratorio31 per la promozione di spazi di aggregazione e di socialità al di fuori dei luoghi di consumo e di lucro.
Inizia da oggi un cammino che speriamo coinvolga sempre più persone che desiderano per il Cilento un futuro più a misura d’uomo e che dia spazio alla creatività e alla cultura.
Laboratorio31 -Seu (SottoEffettoUrbano)
Pillola del V giorno: adesso manca solo l’Italia!
E dopo il sofferto via libera alla RU486, che come sappiamo è finalmente giunta in Italia – pur se chiusa a chiave nei magazzini e resa pressochè inavvicinabile – tocca ora all’Italia fare i conti con un nuovo dato: in seguito a Gran Bretagna, Germania, Spagna, anche gli USA commercializzano la pillola del quinto giorno. Quanti anni prima che le donne italiane possano ricorrere a questo contraccettivo d’emergenza? Aperte le scommesse…
Le autorità sanitarie statunitensi hanno dato il via libera alla vendita negli Usa della cosiddetta pillola del quinto giorno, un “contraccettivo d’emergenza” simile alla pillola del giorno dopo, ma con un’efficacia di maggior durata. La pillola del giorno dopo, infatti, può essere presa entro 72 ore dal rapporto sessuale non protetto, ma la sua maggiore efficacia è nelle 24 ore immediatamente successive. Donne che hanno rapporti sessuali non protetti hanno circa una possibilità su 20 di rimanere incinta. Secondo quanto riportano gli studi di settore, con la pillola del giorno dopo il rischio si riduce a 1 su 40 e con quella del quinto giorno, a 1 su 50.
RISCHIO RIDOTTO - La pillola, a base di ulipristal acetato (Ua), è considerata più efficace nello scongiurare gravidanze rispetto a quella del giorno dopo, basata su levonorgestrel. Studi condotti in Gran Bretagna, i cui risultati sono stati resi noti dalla rivista Lancet a gennaio, hanno dimostrato che il rischio di gravidanza con ulipristal si è ridotto fino a due terzi rispetto al levonorgestrel. La Food and Drug Administation (FDA) ha deciso di autorizzare la vendita dietro prescrizione medica negli Usa della pillola del quinto giorno dopo che due sperimentazioni cliniche hanno dimostrato che «è sicura ed efficace». Ma la FDA ha anche sottolineato che la pillola, prodotta dalla francese Hra Pharma, «non deve essere utilizzata come un comune contraccettivo». «È importante che la FDA abbia preso una decisione basandosi su prove scientifiche e non su motivi politici» ha detto al New York Times, commentando positivamente il via libera Diana Zuckerman, presidente del National Research Center for Women and Families. Negativo invece il commento di But Wendy Wright, presidente di Concerned Women for America, associazione che si oppone all’aborto, secondo cui «il fatto che la FDA abbia atteso fino a tarda notte di un venerdì d’agosto per annunciare il via libera alla pillola, è stata sicuramente una decisione politica».
SITUAZIONE IN ITALIA – Dopo l’ok dell’Agenzia europea per il controllo sui farmaci (Ema), la richiesta di commercializzazione della pillola del quinto giorno dopo è da gennaio all’esame dell’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa). Quest’ultima «può prendere tempo, ma alla fine dovrà dare l’ok alla commercializzazione», spiega il farmacologo Silvio Garattini. Oggi la pillola è in commercio in Gran Bretagna, Francia, Germania e Spagna. «In quanto membro dell’Ema, anche l’Italia si è espressa a favore della commercializzazione del farmaco – ha spiegato Garattini – e di conseguenza è obbligata a dare il via libera alla commercializzazione». La procedura prevede che, nel caso in cui l’azienda presenti la richiesta di autorizzazione all’Aifa, ha diritto ad avere l’autorizzazione entro 90 giorni. Il via libera, osserva Garattini, «può ritardare, ma alla fine deve arrivare. È invece un’altra storia se ci sarà o meno rimborsabilità». La Hra Pharma, che produce anche la pillola del giorno dopo, ha chiesto all’Aifa l’autorizzazione per la commercializzazione in Italia a gennaio. A maggio il ministro della Salute Ferruccio Fazio ha dichiarato che ogni decisione dell’Aifa «è stata sospesa in attesa del parere degli esperti» circa la sua sicurezza e compatibilità con la legge sull’aborto e la contraccezione. Una volta acquisita la valutazione della commissione tecnica-scientifica su questi due punti, il ministro ha dichiarato l’intenzione di chiedere un parere al Consiglio superiore di sanità. (Fonte: Ansa)
Noblogs 2.0: I desideri si avverano
In questi giorni, alzando gli occhi al cielo avete osservato un bizzarro fenomeno astronomico? Avete scorto una scia luminosa e spinti dalla superstizione avete espresso un desiderio? Dev’essere andata così, perché a noi sono fischiate le orecchie e abbiamo deciso di metterci all’opera approfittando dell’esodo estivo.
I pochi rimasti a casa davanti al computer se ne saranno accorti: da un paio di giorni non si può pubblicare su Noblogs, ma questa è solo la cattiva notizia, quella temporanea. La buona è che finalmente abbiamo migrato i vostri blog da Lifetype a WordPress, una piattaforma di blogging molto più ricca e agevole da usare.
Aprendo il vostro blog avrete notato che qualcosa è cambiato: in particolare l’aspetto, ma niente paura—tutto il resto è rimasto uguale, e assieme ai contenuti abbiamo trasferito sulla nuova piattaforma anche le immagini e tutte le risorse. L’unica cosa che manca, perché purtroppo era proprio impossibile da trasportare, sono proprio i template, i modelli del vostro blog, ma su WordPress potete sceglierne di nuovi tutti ampiamente personalizzabili.
Se poi neanche quei template vi stanno bene e siete capaci di disegnarne uno, mandatecelo e lo inseriremo tra i template di Noblogs.
- Per modificare l’aspetto del blog, aggiungere nuovi contenuti e gestire tutto il resto, basta entrare nel pannello di admin con il solito nome utente e la solita password.
- Se non sapete come usare WordPress, trovate un manuale qui.
- Se notate la mancanza di post o risorse, segnalatecelo a info @ autistici . org
- Per qualunque tipo di problema, consultate il forum.
CONTRIBUISCI!
Ed eccoci al tasto dolente, perché se stiamo a migrare blog in pieno agosto invece di goderci le stelle cadenti, lo sapete, è perché ci piace farlo, non perché qualcuno di noi venga pagato.
Da pagare sono però i server che ospitano le vostre risorse e la connettività per far funzionare tutti i servizi. Per questo vi chiediamo una donazione anche solo di qualche euro per permetterci di tenere in piedi questa baracca sempre più ricca, ma anche sempre più impegnativa da gestire.
Per sapere come fare una donazione leggi qui.
Tonino Libero Subito!
A quel presidio come tanti c’eravamo anche noi; la voglia di fare interviste poca. Questo il motivo percui stranamente sul nostro sito non è apparso nulla del presidio se non la chiamata.
Per Tonino venerdì ci siamo fatti sentire con tutta la nostra forza la nostra energia e la nostra rabbia. Abbiamo ancora una volta assistito all’ennesimo attacco da parte di alcuni giornalisti, mangiatori di menzogne, vili figli di questo sistema mass-mediatico capaci di tirare fuori parole cattive e denigratorie. La nostra rabbia è rivolta verso giornalisti della Repubblica e del Mattino che con parole durissime hanno descritto l’accaduto mistificando e distruggendo in poche righe le lotte di compagni come Tonino sempre al nostro fianco.
Il quadro che la digos e le forze dell’ordine di Napoli ha presentato all’opinione pubblica attraverso i maggiori giornali della città è devastante almento tanto quanto sconcertante. Nessuno avrebbe mai immginato che i 2 arresti fossero compiuti 3 mesi dopo l’accaduto dato che da subito si era a conoscenza di filmati(telecamere di sorveglianza) che riprendevano l’accaduto , molto più probabile è che questo tempo sia servito a costruire un teorema ben preciso volto ad attaccare tutti, anarchici, collettivi, precari, centri sociali . Nessuno si è chiesto cosa ci faceva un groppuscolo di militanti aderenti a Casapound Napoli in pieno svolgimento del corteo 1 maggio 2010, ma forse la risposta a questa domanda la sappiamo già.
Presidio in solidarità dei compagni arrestati!
Presidio in solidarietà dei compagni arrestati VENERDI’ 30 LUGLIO ALLE ORE 18 FUORI AL CARCERE DI POGGIOREALE (LATO PIAZZALE CENNI)
Al nostri compagni va tutto il nostro affetto e tutta la nostra solidarietà.
[RadiodiMassa] Uniti nella lotta accanto agli Operai dell’ex birreria Peroni
Senza sostegno al reddito, senza lavoro da cinque anni e con una promessa di nuova sistemazione occupazionale mai mantenuta, nonostante un accordo ministeriale. E’ il destino dei 25 lavoratori dell’ex stabilimento Peroni di Miano, chiuso cinque anni fa.
Basta alle false promesse che durano da oltre 5 anni!
Per ascoltare l’intervista clicca play
Gli ex dipendenti dichiarano che sono state proposte delle occupazioni non solo non adeguate alle loro competenze, ma anche non rispondenti ai criteri fissati dall’accordo per la ricollocazione, ossia che le nuove aziende per la ricollocazione fossero affidabili, con più di 15 dipendenti, salario equo, e assunzione a tempo indeterminato. Si sono invece verificate assunzioni ed offerte di lavoro senza alcuna forma di selezione tecnico professionale, offerte di lavoro da società interinali che offrivano lavori a tempo determinato. Alcuni lavoratori raccontano che diversi loro colleghi per necessità sono stati costretti ad accettare lavori in posizioni lavorative non dignitose e distante da quanto stipulato nell’accordo.
Invitiamo tutti i lavoratori a sostenere ogni forma di lotta per rivendicare un loro sacrosanto diritto: il lavoro!
Washington organizza reti studentesche contro Venezuela, Cuba e Iran
Nell’ultimo anno, diverse agenzie di Washington si sono impegnate a finanziare, promuovere e organizzare gruppi di giovani e di studenti in Venezuela, Iran e Cuba, per creare movimenti di opposizione contro i loro governi. I tre paesi, due dei quali sono considerati “nemici” dal governo statunitense, sono stati vittime dell’intensificazione delle aggressioni di Washington, che cerca di provocare un cambiamento di “regime” favorevole ai propri interessi.
Nelle ultime settimane, l’offensiva è continuata con la visita effettuata dal dirigente studentesco venezuelano Roderick Navarro in territorio statunitense. Navarro, presidente della Federazione dei Centri Universitari dell’Università Centrale del Venezuela (FCU-UCV), si è recato anche a Miami, per “incontrare il movimento studentesco venezuelano all’estero” e lavorare alla creazione di “una rete internazionale che comprenda gli studenti di Iran e Cuba”. Secondo Navarro, la rete verrà creata “perché il mondo sappia delle violazioni dei diritti umani che avvengono nei nostri paesi”.
Durante la sua visita, Navarro ha incontrato rappresentanti della Fondazione per la Difesa dei Prigionieri, Esiliati e Familiari (Fundaprefc) di Miami, un piccolo gruppo di venezuelani anti-chavisti che risiedono a Miami; la Rete degli Studenti Venezuelani Uniti (Revu), un altro piccolo gruppo di venezuelani che studiano negli USA; e membri del Direttorio Democratico Cubano, organizzazione di cubani a Miami finanziati da USAID, da National Endowment for Democracy (NED) e da altre agenzie di Washington.
Dal 2005, Washington ha stanziato risorse attraverso NED e USAID per il settore studentesco in Venezuela. Dei 15 milioni di dollari investiti e canalizzati da queste agenzie statunitensi in Venezuela, più del 32% è indirizzato ai giovani. Il suo programma principale mira all’ “abilitazione all’uso delle nuove tecnologie che faciliti l’organizzazione politica delle reti sociali”, si legge nei rapporti di USAID sul suo lavoro in Venezuela.
L’offensiva imperiale
Nell’agosto 2009, Washington ha avviato un’offensiva internazionale utilizzando gli studenti venezuelani come “portavoce” dell’opposizione al Presidente Chávez. Da agosto a settembre, il Dipartimento di Stato ha organizzato la visita negli Stati Uniti di otto giovani politici venezuelani, per denunciare il governo venezuelano e stringere rapporti fra i giovani repubblicani di questo paese e la destra venezuelana. Gli otto giovani venezuelani sono stati selezionati dal Dipartimento di Stato nell’ambito del programma “La democrazia per i giovani leaders politici” del progetto di interscambio “Líderes Visitantes Internacionales – Venezuela”, utilizzato dal governo di Washington per reclutare e formare agenti politici che in seguito promuovano i programmi nordamericani per il Venezuela.
I giovani venezuelani, pagati e accompagnati durante la loro visita negli USA, hanno rilasciato dichiarazioni alla stampa statunitense, attaccando, denunciando e cercando di screditare il presidente Chávez e la politica del governo venezuelano.
Subito dopo la loro visita negli USA, è stata organizzata una manifestazione attraverso Facebook, dal titolo “Mai più Chávez”, che si proponeva di incitare all’odio e di promuovere la destabilizzazione e il rovesciamento del Presidente Chávez.
Un mese dopo, il 15 e 16 ottobre 2009, Città del Messico è stata la sede del secondo Vertice dell’Alleanza dei Movimenti Giovanili (AYM, la sigla in inglese). Patrocinato dal Dipartimento di Stato, l’evento ha contato sulla partecipazione della Segretaria di Stato Hillary Clinton e di vari “delegati” invitati dalla diplomazia statunitense, come i venezuelani Yon Goicochea (Primero Justicia), il dirigente dell’organizzazione Primera (gruppo fondato da Goicochea), Rafael Delgado, e la ex dirigente studentesca Geraldine Álvarez, ora militante della Federazione Futuro Presente, organizzazione creata da Yon Goicochea con finanziamenti dell’Istituto Cato degli Stati Uniti. Hanno partecipato anche Marc Wachtenheim di Cuba Development Iniziative (progetto finanziato dal Dipartimento di Stato e da USAID attraverso la Fondazione Panamericana dello Sviluppo “PADF”) e altri rappresentanti di Cuba, Iran, Bolivia, Ecuador, Sri Lanka, India, Canada, Regno Unito, Colombia, Perú, Brasile, Libano, Arabia Saudita, Giamaica, Irlanda, Turchia, Moldavia, Malaysia, Stati Uniti e Messico.
La AYM nacque nel 2008 in seguito all’apparizione “…nella scena mondiale di alcuni quasi sconosciuti, generalmente giovani, in grado di dominare le tecniche più recenti, che hanno realizzato cose sorprendenti. Hanno provocato grandi trasformazioni nel mondo, in paesi come Colombia, Iran e Moldavia, avvalendosi di queste tecniche per mobilitare la gioventù. E questo è stato solo l’inizio”.
Il movimento studentesco di opposizione “Manos Blancas” in Venzuela, finanziato e formato dalle agenzie statunitensi; le proteste anticomuniste in Moldavia; le manifestazioni contro il governo iraniano e le proteste virtuali contro il Presidente Chávez sono esempi di come si stia attuando questa nuova strategia. Le nuove tecnologie – Twitter, Facebook, YouTube e altre ancora – sono le loro armi principali, mentre i mezzi tradizionali, come CNN e i suoi consociati, contribuiscono ad esagerare l’impatto reale di questi movimenti, promovendo correnti di opinione false e distorte in merito alla loro importanza e legittimità.
Ciberdissidenza
Nell’aprile di quest’anno, l’Istituto George W. Bush, insieme all’organizzazione statunitense Freedom House, ha convocato un incontro di “attivisti per la libertà e i diritti umani” e di “esperti di Internet” per analizzare il “movimento globale dei ciberdissidenti”.
All’incontro celebratosi a Dallas, Texas, sono stati invitati Rodrigo Diamanti, dell’organizzazione Futuro Presente del Venezuela, Arash Kamangir, iraniano, Oleg Kozlovsky, russo, Ernesto Hernández Busto, di Cuba (vive a Barcellona ed è conosciuto nella rete cubana come “Pájaro Tieso”), Isaac Mao, cinese, e Ahed Alhendi, siriano.
Erano anche presenti membri del governo statunitense e di altre organizzazioni legate alla comunità di intelligence di Washington. Il proposito di questa iniziativa era “coordinare una campagna internazionale attraverso Internet per denunciare i governi di Cuba, Iran, Venezuela, Siria, Russia e Cina” per presunte “violazioni dei diritti umani” e della libertà di espressione.
La stessa settimana, un gruppo di studenti venezuelani è stato invitato alla conferenza annuale del Movimento Mondiale per la Democrazia (WMD, in inglese), un’organizzazione creata e finanziata da NED. Nella riunione, che ha avuto luogo a Giacarta (Indonesia), gli studenti venezuelani hanno denunciato e attaccato il governo del Presidente Chávez, presentandolo come “dittatoriale” e “violatore” dei loro diritti.
di Eva Golinger
Tutti assolti i 13 compagni/e imputati al processo contro la Rete Meridionale del Sud Ribelle
SUD RIBELLE: Tutti assolti i 13 compagni/e imputati al processo contro la Rete Meridionale del Sud Ribelle – crollato definitavemente il teorema Fiordalisi. Ora lasciateci cospirare in pace!
Comunicato Stampa
La Corte di assise di appello di Catanzaro con un’unica udienza ha rigettato l’appello della procura di Cosenza confermando l’assoluzione con formula piena dei tredici attivisti noglobal accusati per il G8 e il Global Forum (2001) nel cosiddetto processo al “Sud Ribelle”.
Un castello di contestazioni incredibili e fantasiose che andavano dall’associazione sovversiva alla cospirazione contro lo Stato e l’ordine economico mondiale che portarono agli arresti del 2002 e alle enormi manifestazioni di solidarietà di un movimento di massa che aveva capito fin da allora i pericoli e i danni della globalizzazione neoliberista…
Un impianto accusatorio insostenibile come si è intuito subito, fin dalla scelta della Procura generale di Catanzaro di rinunciare in partenza a molti dei motivi di appello presentati….
Un processo durato già più di otto anni e 40 udienze complessive.
Una sentenza importante per un’ inchiesta che ha tra i suoi principali ispiratori quel generale Ganzer appena condannato per associazione a delinquere e narcotraffico. Una sentenza che arriva in una data particolarmente simbolica, a nove anni dall’assassinio senza processo di Carlo Giuliani e da quelle giornate in cui fu fatto un vero agguato ai movimenti, con le cariche violente e i pestaggi in piazza, le scene cilene della scuola Diaz, le sevizie di Bolzaneto.
Anche per questo il presidio che si è tenuto fuori la corte di appello di Catanzaro ha tenuto un collegamento costante con le iniziative genovesi in piazza Alimonda. Per rivendicare ancora averità e giustizia, soprattutto per il gruppo di manifestanti usato come capro espiatorio dai giudici genovesi con condanne a decenni di carcere grazie all’uso di reati da codice di guerra!
Coordinamento Liberi Tutti
Nove anni fà Carlo Giuliani ci lasciava per mano di un Carabiniere!
Sono passati oramai 9 anni da quando Carlo non c’è più.
Il 20 Luglio 2001, giorni in cui si svolgeva l’ultimo vertice delle 8 potenze mondiali globalizzate complessivo di ampie tematiche (clima – istruzione – fame nel mondo – gestione del conflitto occidente/oriente, globalizzazione, capitalismo e altre tematiche) si concluse con un morto e svariate centinaia di feriti, arresti, soprusi in caserma, pestaggi ingiustificati e ingiustificabili. In quei giorni a Genova si radunarono centinaia di migliaia di persone, compagni, militanti, ma anche semplici madri e padri di famiglia, pronti a far sentire la loro rabbia e la loro voglia di cambiamento.
Di quelle incredibili giornate c’è rimasto solo rabbia e odio verso chi il potere lo usa per reprimere le masse lasciando un segno indelebile per tutti i compagni presenti e non presenti, c’è rimasto il sorriso di Carlo che ora possiamo vedere solo attraverso qualche raro scatto fotografico, e un assurdo processo al Sud Ribelle che in particolare cita
– 13 compagni/e accusati di “Cospirazione politica mediante associazione, al fine di impedire l’esercizio delle funzioni del Governo italiano durante il G8 a Genova nel luglio 2001, creare una più vasta associazione composta da migliaia di persone volta a sovvertire violentemente l’ordinamento economico costituito nello Stato” –
ASSOLTI da tutti i capi di accusa.
Oggi vogliamo ricordare Carlo perchè il G8 di Genova ci sembra ieri, e perchè Carlo è affianco a noi in qualsiasi lotta.
Dopo quasi 10 anni, non ci chiediamo neanche più perchè un carabiniere abbia sparato in faccia ad un manifestante bucandogli lo zigomo, ci basta sapere come nelle ore successive le forze dell’ordine volevano dimostrare che ad uccidere Carlo fu una pietra!
Con odio rancore e dispiacere siamo costretti a ricordare un Compagno che poteva essere ancora fra noi ma che ci hanno portato via e ora non c’è più.
20 LUGLIO A CATANZARO,PROCESSO DI APPELLO AL SUD RIBELLE “SIAMO TUTTE/I IMPUTATE/I, CARLO GIULIANI E’ TUTTE/I NOI !”
Riceviamo ed inoltriamo l’email di chiamata al PRESIDIO davanti il tribunale di Catanzaro dalle ore 9 il giorno 20 luglio.
Dopo 8 anni il processo al “Sud Ribelle” si avvicina alla conclusione.
Il 20 luglio, 9° anniversario dell’assassinio di Carlo Giuliani e data
simbolo delle giornate di Genova, la Corte di Assise d’Appello di
Catanzaro si pronuncerà sulla decisione della Corte di Assise di Cosenza
che ha assolti i 13 compagni/e , mandando in frantumi il forcaiolo teorema
Fiordalisi.
Nel rituale questurino-giudiziario , sotto accusa sono sempre le idee e i
propugnatori dell’uguaglianza e della giustizia sociale, che la piazza di
Genova chiedeva unanimemente.
Genova ha segnato il movimento con la morte impunita e archiviata di Carlo
Giuliani; con i pestaggi di massa e le violenze alla scuola Diaz e a Bolzaneto,
con le pesanti condanne inflitte alle/i compagne/i condannati
sdoganando i reati fascisti di “devastazione e saccheggio”.
E il 20 luglio a Catanzaro pende il rischio che la Corte di Assise d’Appello possa
accogliere il ricorso della Procura di Cosenza o anche riportare il processo
addirittura all’anno zero. Le accuse, molto fantasiose, vanno dall’Associazione Sovversiva
alla “Cospirazione contro lo Stato” e contro l’Ordine economico mondiale”(!! magari..)
per le contestazioni di Napoli e Genova 2001.
Il processo al Sud ribelle, è bene ricordarlo, è uno dei due filoni
d’inchiesta aperti da Genova, che ha tentato di raccontare in chiave
criminale quella informale aggregazione autonoma che contestava chi affama e
avvelena il pianeta…
Mentre i veri criminali hanno assassinato Carlo e assassinano giorno dopo
giorno la libertà di pensare e dissentire, di agire e di esistere .
Il 20 luglio 2010 a Catanzaro, a Genova e dovunque, dobbiamo essere più
che mai presenti in piazza per non dimenticare e per non lasciare che
siano i giudici a scrivere la storia e a legittimare la repressione delle idee e
delle azioni. Facciamo sentire a tutte/i che il processo a carico del
Sud Ribelle non coinvolge solo 13 persone, bensì l’intero movimento che
protestò da tutta Italia a Genova nel luglio 2001 !
Così come le condanne che hanno per ora sentenziato decine e decine di anni di carcere
nel processo genovese ad un gruppo di manifestanti del G8
sono una rappresaglia inaccettabile che va denunciata e fermata.
Il 20 luglio 2010 a Catanzaro è necessario più che mai assumersi questa
responsabilità collettiva , partecipando con delegazioni nazionali al
presidio davanti al Tribunale.
Martedì 20 luglio PRESIDIO davanti il tribunale di Catanzaro dalle ore 9.
Coordinamento liberi tutti
IL GOVERNO ITALIANO VUOLE APPALTARE LA MISSIONE IN KOSOVO AI CONTRACTOR
Consideriamo perciò pareri più equanimi e meno prevenuti. Commenti provvidenziali, tanto da apparire pilotati, sono infatti venuti in soccorso dell’opinionista di “Panorama”, affermando che bisognerebbe uscire dal pregiudizio pacifista che mostra i contractor come dei lanzichenecchi assetati di sangue e di sesso, dato che si tratterebbe di professionisti fornitori di servizi. Ma l’immagine dei contractor come semplici mercenari assetati di sangue e di sesso appare alquanto addolcita, molto al di sotto del pericolo reale che essi costituiscono.
Le agenzie private di servizi bellici forniscono in appalto qualcosa che in precedenza lo Stato produceva da sé ed a costi molto inferiori. Se una volta la CIA uccideva persone con propri agenti ed in economia, oggi invece commissiona un appalto a ditte composte da suoi ex agenti, che, per lo stesso “servizio”, si fanno pagare mille volte di più (anche se occorre detrarre dal guadagno la tangente da versare al committente). Due degli agenti CIA uccisi in un attacco della resistenza afgana poco più di sei mesi fa erano in in effetti dei dipendenti della ex Blackwater, che oggi si fa chiamare XeServices. L’appalto dei servizi militari a ditte private prevede che queste usino anche infrastrutture pubbliche, come le basi militari USA e NATO. Si tratta perciò di privatizzazione, ma, come sempre, di privatizzazione assistita e sovvenzionata dal denaro pubblico in ogni sua fase.
Si dice spesso che il vantaggio per i governi nell’usare i contractor consisterebbe nel fatto che i mercenari uccisi in azione non risultano nelle statistiche ufficiali dei morti, come invece accade per le forze armate regolari. Può esserci del vero, ma il motivo principale sta nella possibilità per il privato di far lievitare al massimo i costi di gestione, cosa che un funzionario pubblico non potrebbe fare senza infrangere la legge ed incorrere in rischi di sanzioni penali. Sono i vantaggi del diritto privato rispetto al diritto pubblico. Lo si è capito anche in Italia, ed ecco il motivo per il quale tutte le aziende pubbliche sono diventate delle Società per Azioni, anche se a capitale pubblico.
In Iraq la ex Blackwater è stata responsabile di stragi fra i civili, di traffico di armi, e persino di traffico di minorenni per usi sessuali; e per tutto ciò è risultata lo scorso anno imputata presso commissioni del Congresso e presso corti federali statunitensi, anche se oggi non si sa che fine abbiano fatto questi procedimenti. La ex Blackwater è presente anche in Colombia (dove fa traffico di cocaina), in Afghanistan (dove traffica in eroina), ed anche in Pakistan, dove alcuni suoi agenti camuffati sono stati beccati sul fatto mentre stavano per commettere un attentato. La stessa ditta viene utilizzata persino sul territorio USA, come nel caso delle evacuazioni forzate in seguito all’uragano Katrina. La ex Blackwater risulta presente anche in Kosovo, lo Stato fantoccio edificato attorno alla base militare USA di Bondsteel. Si tratta della più grande base militare USA al di fuori del territorio statunitense; una base che, secondo Alvaro Gil-Robles (inviato del Consiglio d’Europa per i Diritti Umani nel 2005), nasconderebbe anche una Guantanamo bis.
Ma, una volta tanto, in Kosovo non è la ex Blackwater a fare la parte del leone negli appalti militari e nei relativi business collaterali. Se l’Iraq, l’Afghanistan e la Colombia sono terreno di caccia di appalti e traffici illegali soprattutto per la ex Blackwater, i Balcani costituiscono invece da venti anni il feudo di un’altra ditta privata, la Military Professional Resources Inc. (MPRI). Fondata nel 1988 da ex militari statunitensi (quindi nove anni prima della Blackwater), la MPRI è stata protagonista nelle guerre dei Balcani, ottenendo nel 1994 dal Pentagono anche l’appalto per l’addestramento e l’armamento del neonato esercito croato. La creatura di cui la MPRI può andare più orgogliosa è però l’UCK, la milizia che ha condotto la “resistenza” anti-serba in Kosovo, divenuta nota per le sue attività nel traffico di armi, di eroina e di organi umani. Mai come in questo caso, la creatura appare ad immagine e somiglianza del creatore.
La MPRI appartiene alla L-3 Communications, una delle più grandi compagnie statunitensi specializzate nella fornitura di software e prodotti elettronici per lo spionaggio. La L-3 Communications rappresenta una gigantesca concentrazione di potere di “intelligence” e di forza militare sul campo, quindi può aggiungere alla coercizione violenta anche l’arma del ricatto sui governi e sui funzionari dei vari Stati “clienti”.
La MPRI, dal canto suo, non si limita a fornire servizi, per quanto sporchi, nelle varie guerre, ma costituisce un’agenzia che prepara ed organizza le guerre e le trasforma in un veicolo per ogni genere di affari criminali. Tra le grandi competenze dimostrate dalla MPRC c’è stata quella di reclutare ed addestrare la criminalità comune del luogo, in modo da farne una forza organizzata e presente in modo capillare sul territorio. Si deve però, almeno in parte, all’addestramento ed all’armamento della MPRI la pessima figura dell’esercito georgiano contro la Russia nella guerra per l’Ossezia del 2008. Insediatasi in Kosovo da prima della NATO, a cui ha preparato il terreno, oggi la MPRI si configura come un potere superiore alla stessa NATO. MPRI e NATO sono entrambe emanazioni del Pentagono, ma la MPRI ha il vantaggio di non dover accondiscendere a quelle procedure che lasciano spazio ai Paesi satelliti degli USA.
Risulta evidente che oggi i militari italiani cominciano a risultare di troppo in Kosovo, dato che assorbono finanziamenti che potrebbero essere più utilmente versati a ditte private. Far parte della NATO non deve quindi più consistere nel fornire truppe all’alleanza, ma nel versare una “tassa di alleanza” (o tassa coloniale) per assegnare appalti alle solite ditte private statunitensi. Con l’istituzione, nell’ambito dell’ultima legge finanziaria, della Servizi Difesa SPA (società di diritto privato a capitale pubblico), il governo italiano si sta infatti adeguando a queste nuove direttive del Pentagono. Tali direttive comportano che la spesa militare non si concretizzi più in una Forza Armata nazionale, ma nell’appalto a ditte private di contractor, che, anche se ufficialmente italiane, rappresentino delle filiali delle case madri statunitensi.
La coincidenza della istituzione della Servizi Difesa SPA con la chiusura dei rubinetti finanziari per le truppe italiane in Kosovo, ovviamente è del tutto casuale, e solo degli incorreggibili “cospirazionisti” possono vedere in tale coincidenza delle motivazioni affaristiche, dato che, notoriamente, gli interessi privati non hanno nessuna influenza sulle scelte di governo. Conforta comunque il sapere che per i militari italiani non c’è pericolo di disoccupazione, dato che potranno sempre diventare dipendenti della MPRI o della XeServices. Di comidad (del 15/07/2010 @ 01:35:14, in Commentario 2010 ) http://www.comidad.org/dblog/
Cronaca di un intercettazione tra un giornalista e un politico dopo il corteo del 7 luglio
Cari amici, interrompiamo per un istante il giorno del silenzio per pubblicare in esclusiva un’intercettazione telefonica che vede come protagonisti un giornalista e un politico, rispettivamente, nel corso della telefonata, ”mappina” e ”Capo”.
I due, ignari di essere ascoltati da orecchie indiscrete, discutono su un articolo da pubblicare in prima pagina di un imprecisato giornale, all’indomani della manifestazione del 7 luglio a Roma dei terremotati aquilani.
Ricordiamo altresì che con la legge-bavaglio, questo importante documento non potrebbe essere pubblicato.
«Pronto, ciao mappina, è pronto il pezzo?».
«Capoooo, buongiornoooo, come sta? Tutto bene? E’ sempre un onore sentirla…».
«E’ pronto il pezzo?».
«Si, si certo Capo, certo!».
«Che ci hai scritto?».
«Dunque, Capo, ho detto che sono solo una minoranza di invasati e strumentalizzati di sinistra, che c’è l’hanno con il Presidente, che erano quattro gatti, che comunque in serata è stato tutto risolto dal Governo e non pagheranno le tasse per dieci anni, per far capire che insomma cosa hanno da lamentarsi…..con tutti i problemi che ci sono in Italia. Ho anche trovato due terremotati pronti a testimoniare a prezzi modici la loro gratitudine immensa per quello che è stato fatto finora per loro. Con un sovrapprezzo possono anche parlare male dei loro concittadini manifestanti….».
«Togli il passaggio sui problemi che ci sono in Italia. E sui feriti che hai scritto?».
«Nulla, ovviamente non ho detto nulla…».
«Ma allora sei proprio un incapace! Le immagini di quei due terremotati insanguinati, per colpa delle televisioni faziose e scorrette, le hanno già viste tutti!!!».
«Ah, è vero…»
«Ti viene qualche idea, per puro caso, cara mappina?».
«Mmm…dunque…ah si…ecco l’idea! Si può scrivere che due facinorosi hanno preso a capocciate il manganello di due eroici tutori dell’ordine!».
«Idiota…ma chi vuoi che ci creda…no… non funziona…».
«Capo… per quello non avevo scritto niente….».
«Taci! Non mi contraddire!…Allora…vediamo…ecco…scrivi che c’erano i no global. Che è colpa loro, funziona sempre, infiltrati no global in quel branco di terremotati ancora traumatizzati».
«Capo, lei è un genio!».
«Stai zitto mappina, quello che dico io è quello che è accaduto».
«Assolutamente, ci mancherebbe. Però nelle immagini si vede che in testa al corteo c’erano i sindaci di centrodestra e centrosinistra e persone normali, tra cui molti vecchietti, senza caschi e molotov. Se vuole posso scrivere che i sindaci avevano le molotov in tasca, e quei vecchietti erano ex-brigatisti?».
«No, sui sindaci di centrodestra presenti in corteo non dire nulla, e neanche sui politici abruzzesi amici nostri che quel giorno erano al mare e in trattoria».
«Si…si…Capo..si giusto, molto meglio…alla gente non interessa il gossip».
«Bene, e ricorda: il terremoto deve diventare un problema di ordine pubblico. Se la ricostruzione è ferma è perché non ci sono soldi e allora la colpa è del sindaco comunista, e del popolo dell’odio, che è invidioso del miracolo compiuto dal Nostro Presidente. E ripeti e sottolinea sempre che i soldi ci sono ma quei fannulloni dei terremotati non sono capaci di spenderli».
«Miracolo. Certo, il terremoto è stato un miracolo. Non sono capaci di spendere i soldi. Ecco, mi sono appuntato tutto!». «Bravo, mappina, miracolo, ovvio. E poi deve passare il fatto che questi terremotati hanno stufato, che sono solo dei lamentosi meridionali, che gli aquilani sono degli ingrati, degli incontentabili, che gli italiani hanno già dato e ora si devono rimboccare le maniche da soli, senza abusare della generosità ricevuta».
«E’ proprio vero. che ingrati!».
«Menti fragili».
«Anche…menti fragili».
«E a proposito, manda qualcuno a fare un reportage sui container di Giove in Umbria, sempre gli stessi. Dì al tuo giornalista di portarsi questa volta pure qualche topo da liberare nella camera del terremotato, e poi fai fare una foto da pubblicare in prima pagina, con un bel titolo…tipo… Ma allora preferivate i container?».
«Certo, certo….buona idea. E se ne container ci mettiamo pure un coccodrillo? Me lo può procurare un mio amico che traffica in animali esotici per le piscine dei camorristi».
«No, un coccodrillo no, ce lo teniamo per altri scoop…bastano i topi…mi raccomando però, belle zoccole e pantegane da competizione. E infine ovvio tanti articoli su quanto sono belle le C.a.s.e. che il Presidente gli ha costruito in tempi record, parla dei fiori, degli alberi che stiamo facendo piantare, della gioia e della serenità dei terremotati grati e riconoscenti, eccetera, ma stè cose già le sai, senza che te le sto a ripetere…».
«Perfetto, ovvio. E poi alla pagina a fianco possiamo metterci un reportage sulle centinaia di migliaia di italiani che non riescono più a pagare l’affitto, che vivono in tuguri o sotto i ponti, che tanta gente non ce la fa più a pagare il mutuo. Possiamo ricordare che la metà delle scuole non sono sicure dal punto di vista sismico, che rischiano di crollare anche senza terremoto, e che se in Calabria ci sarà un terremoto sarà una strage, e si continuano a costruire case brutte e abusive e poi… ».
«Calma, fermati, calma….No, questo, no. In Italia tutti hanno una bella casa e le scuole sono tutte sicure. E la Calabria…ma sei matto, mappina? Lì la priorità è fare il Ponte, se si trovano i soldi. E’ da irresponsabili creare allarmismi, serve ottimismo e fiducia per superare la crisi. La nostra crisi di consensi, intendo…».
«Vero, dimenticavo…».
«Ah poi, lo sai che c’erano pure Bersani e Di Pietro alla manifestazione?».
«Maledetti!».
«E tu sai cosa devi fare vero?».
«Certo, Capo: bastonate e olio di ricino sui terremotati che li hanno applauditi!!!».
«No applauditi, mappina. Fischiati. Li hanno fischiati».
«Ma veramente…».
«Ho detto fischiati».
«Fischiati, certo, fischiati».
«O meglio facciamo così: fischiato Bersani. Mentre Di Pietro rozzo contadino molisano con la zappa e i caciocavalli, che fa i rutti e puzza di sudore, per dare un po’ di colore al pezzo».
«Ah, ah, ha!».
«E poi c’è l’assalto alla casa del Presidente. Eh già, dobbiamo metterci anche questa cosa. Scrivi che ad un certo punto i terremotati capitanati dal sindaco e dai no global, volevano assaltare la casa del Presidente, per ucciderlo». «Ucciderlo?». «Bè… no dai… forse è esagerato…volevano assaltare la casa e basta…». «E dunque è stato giusto usare il manganello, lei è un genio Capo…». «Vedi che capisci anche tu se ti ci metti? E ricorda sempre la linea editoriale…». «Si certo che la ricordo…».
«Le persone per bene sono belve assetate di sangue, le notizie sono come pezzi di carne sanguinolenti da gettare in pasto ad avidi leoni del circo Massimo. La gente ha bisogno di motivi per odiare il prossimo, per sfogare lo stress, soprattutto quando fa caldo, per dimenticare i loro problemi. C’è la crisi, i loro stipendi sono i più bassi d’Europa. E non abbiamo un soldo in cassa. Ieri , ma non scriverlo, il ministro voleva farla finita ingoiando la calcolatrice. E ci mancava pure il terremoto, e quei poveri disgraziati che stanno messi peggio di tutti e, te lo dico in confidenza, ma ovviamente non scriverlo, in fondo hanno ragione a protestare. Però se non si fa così, se non si fa corretta ed equilibrata informazione, c’è il rischio che il popolo si incazzi per davvero, e che ci venga a cercare con i forconi, e allora è finita la pacchia. La mia e la tua. Io tornerò a fare l’autista al Comune. E tu a lavare con la rena i pavimenti delle tonnare, altro che ville comprate a saldo, regalini dei nostri amici costruttori, le feste, le escort, il caviale, lo spumante, il ferrarino, i bagni in Sardegna a scrocco, lo stipendio che tu ti guadagni grazie ai finanziamenti pubblici e non certo per quelle quattro copie del giornale che vendi».
«Si, si, Capo, ha proprio ragione, dobbiamo mostrare senso di responsabilità».
(filippo tronca)
DI NAPOLIMONITOR
[RadioDiMassa] Palazzinari di quartiere
Lo sgombero delle palazzine di via dell’Avvenire, a Pianura, occupate per anni da una comunità di immigrati dell’Africa Occidentale, rivela uno scenario in cui più che l’intolleranza verso lo straniero, sembrano essere stati determinanti i milioni stanziati per la ricostruzione del quartiere
Questo mese di aprile, dopo il crollo di Gianturco e la morte di due cittadini polacchi, è tornato a galla un altro vecchio problema che lega edilizia pubblica napoletana e immigrazione: quello delle palazzine di via dell’Avvenire a Pianura. Pochi giorni dopo la scomparsa di Aleksandra e Ceslav, infatti, le palazzine sono state sgomberate, e gli immigrati che le occupavano allontanati dall’edificio, per trovare una sistemazione temporanea nell’ex autoparco di Via Brin. Entro la fine di giugno il Comune avrebbe dovuto assicurare loro un alloggio definitivo, ma così non è stato. All’origine dello sgombero, comunque, sembra non esserci stato solo un problema di sicurezza o intolleranza, ma una storia più complicata che riemerge dopo qualche anno.
La comunità di via dell’Avvenire è costituita soprattutto da africani (in maggioranza provenienti da Burkina Faso e Costa d’Avorio), arrivati a Pianura a inizio anni Novanta, quando una parte dei napoletani residenti in precedenza avevano abbandonato le case. «La convivenza con gli abitanti del quartiere non ha mai creato problemi – racconta Jamal, responsabile immigrazione della Cgil in Campania – fino alla nascita di strani episodi di intolleranza, a partire dal settembre del 2007». Tutto comincia, infatti, con alcune incursioni notturne, lanci di sassi e bottiglie incendiarie, scritte con minacce di morte ovunque. Qualche settimana dopo, alcuni manifesti di Alleanza Nazionale compaiono sui muri del quartiere, denunciando la situazione di degrado, in riferimento alla presenza dei duecento immigrati.
La comparsa improvvisa dei manifesti sembra quasi un segnale, e pochi giorni dopo qualche decina di cittadini – non solo abitanti della zona – scende in strada in maniera movimentata, per chiedere lo sgombero degli edifici. Con loro, il consigliere regionale Pietro Diodato, suo fratello Nicola (consigliere municipale) e il consigliere comunale Andrea Santoro, tutti esponenti di AN della zona flegrea. Durante quella giornata gli immigrati vengono sottoposti a un vero e proprio assalto: asserragliati nelle loro case subiscono dalla folla minacce di una “nuova Ponticelli” (in riferimento all’incendio del campo rom nella periferia nord di Napoli che si era verificato poco tempo prima), lanci di oggetti, fino all’aggressione ai danni del mediatore culturale Emiliano Di Marco, dopo gli insulti e le minacce ricevute proprio da Diodato. Di Marco racconta di come la propria denuncia «precisa e dettagliata, in cui vengono fornite foto, nomi e cognomi, non abbia avuto seguito, e anzi sia stata chiesta addirittura l’archiviazione da parte della procura, proprio pochi giorni prima delle ultime elezioni regionali».
In ogni caso lo sgombero chiesto con forza da Diodato e dai suoi non avrà luogo sul momento, ma quella giornata segna l’inizio di una campagna contro gli immigrati guidata da noti esponenti di una certa destra napoletana. Una campagna che per la sua violenza e per la sua improvvisa esplosione mostra alcuni punti oscuri, a cominciare dagli interessi per le opere di riqualificazione della zona, e in particolare per i fondi del cosiddetto “contratto di quartiere”. Si tratta di otto milioni e mezzo di euro che il governo Berlusconi aveva stanziato per la riqualificazione del centro storico di Pianura, e altre opere che in realtà non sono mai state realizzate. Alla presentazione del progetto, nel 2008, oltre al sindaco Iervolino, erano presenti i pianuresi Diodato e Santoro, oltre a Giorgio Nugnes, ex assessore alla protezione civile, poi morto suicida in seguito all’inchiesta MagnaNapoli.
Ma cosa c’entra tutto questo con la rivolta del 2007, che si sarebbe probabilmente ripetuta dopo il crollo di Gianturco, se il comune non avesse sgomberato le palazzine? Perché mai qualcuno avrebbe dovuto voler cacciare gli immigrati da Pianura? La risposta la fornì su un piatto d’argento proprio l’ex assessore Nugnes: «Le palazzine di via dell’Avvenire sono parte integrante nell’ambito del recupero della legge 219, sulla ricostruzione post-terremoto: insistono infatti in una zona che doveva essere riqualificata, e per questo verranno utilizzati gli otto milioni di euro del contratto di quartiere, e il finanziamento di dodici milioni dalla regione». Con gli immigrati dentro, le palazzine non sarebbero state “riqualificabili” a suon di appalti, né acquisibili da parte di privati.
Privati come Giorgio Amabile, per esempio, che ha invece acquistato le palazzine ai numeri civici dieci e dodici, nel febbraio 2009. Amabile è il cugino dello stesso Diodato che si batte tenacemente per lo sgombero delle palazzine, per magari vederle “riqualificate” da amici e parenti. Amabile, peraltro, è una faccia piuttosto nota sia alle forze dell’ordine che alle organizzazioni camorriste, noto come ‘O marocchino, ex affiliato alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, e condannato a sette anni per associazione a delinquere, tentato omicidio, incendio doloso, porto di esplosivi, danneggiamento ed estorsione. I rapporti tra Amabile e Diodato (come spiega una inchiesta aperta a riguardo dalla Dda) non sono solo di parentela: la moglie dell’ex cutoliano, Gaetana Volpe, è stata infatti in affari proprio con Diodato nella società Competizione Sport S.a.s. Non mancano insomma le relazioni e gli interessi tra chi voleva a ogni costo restituire “Pianura ai pianuresi” e chi era pronto a usufruire della “restituzione” gestendo la riqualificazione della zona.
Elementi nuovi, infine, vengono dall’indagine della magistratura sugli scontri della discarica di Pianura: i pm, infatti, hanno ritenuto sospetto l’atteggiamento di Diodato, che dopo essersi espresso a favore della riapertura del sito, mutava atteggiamento quando “si conclamava che il provvedimento antimafia per la società Elektrica S.r.l. avrebbe determinato la mancata erogazione di indennizzi o compensi per l’uso dell’invaso”. Il sospetto, insomma, è che una volta scoperta l’impossibilità di un ricavo per l’Elektrica, Diodato abbia deciso che non era più il caso di “restituire” anche la discarica, ai pianuresi. Ma cosa c’entra Diodato con l’Elektrica? E Amabile? Sempre per i magistrati, dietro la mancata riapertura della discarica (e quindi dietro gli scontri) ci sarebbe tra gli altri, un socio occulto della Elektrica, società che aveva la proprietà della discarica di Contrada Pisani. Ebbene, il profilo del misterioso socio è quello di un “uomo noto alle forze dell’ordine, ex affiliato alla NCO di Cutolo, e che agirebbe con il sostegno del consigliere regionale di AN Pietro Diodato”. Non resta che arrovellarsi il cervello per capire chi possa mai essere quest’uomo.
(riccardo rosa)
DI NAPOLIMONITOR
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[RadioDiMassa] Trianon, agonia di un teatro
L’assemblea dei lavoratori del Trianon affronta gli ultimi atti della crisi economica che minaccia ormai concretamente di portare il teatro al fallimento, nonostante le molte promesse istituzionali
Lunedì 28 giugno. Alle ore dodici si è tenuta al Trianon Viviani un’assemblea pubblica in cui i lavoratori hanno parlato della crisi economica che colpisce il teatro, per il quale è ormai davvero concreto il rischio di chiusura, a causa dei debiti accumulati con istituti di credito come il Banco di Napoli e la Banca nazionale del lavoro. Questi debiti sono dovuti ad alcune rate non pagate, sui mutui effettuati in occasione dei lavori di ristrutturazione e rilancio del teatro, nel 1999.
L’assemblea si è dimostrata un’occasione ghiotta per tanti rappresentanti istituzionali, che dal palco del teatro hanno promesso un impegno concreto per la struttura, a cominciare dall’assessore regionale Marcello Taglialatela. Non sono mancati i soliti velati scambi di accuse, i «si dovrebbe fare e non si fa», ed è persino volato dal palco un accalorato «porcodd…» scandalizzando il rappresentante della chiesa presente, il quale ha minacciato di abbandonare l’assemblea, salvo poi essere convinto a restare da un fragoroso applauso da parte dei presenti.
Al termine dell’incontro, però, si è appreso che l’assemblea dei soci – nella quale Provincia e Regione dovrebbero prendere una posizione concreta per il risanamento dei debiti – andrà deserta anche domani. Evidentemente, l’impegno concreto a cui hanno fatto riferimento i politici in sala, era la partecipazione alla seduta del 15 luglio, seconda convocazione dell’assemblea di domani, e soprattutto ultima chance prima della liquidazione del teatro. In caso contrario, infatti, e se non verranno resi disponibili i dieci milioni del titolo I dalla Provincia, i membri del consiglio di amministrazione del teatro saranno costretti a consegnare i libri contabili al tribunale: lo scenario successivo sarebbe la procedura di fallimento, il licenziamento dei dipendenti e la privatizzazione gratuita della struttura.
A quel punto non è dato sapere quale sarebbe la fine del teatro, sebbene il Trianon, come è stato ripetuto in almeno cinque interventi, sia «un punto di riferimento per il quartiere, uno spazio di cultura fondamentale in un contesto come quello di Forcella, e sarebbe inconcepibile rinunciarvi lasciandolo chiudere in questa maniera», eccetera, eccetera, eccetera.
(riccardo rosa)
http://napolimonitor.wordpress.com/
[Radiodimassa] La Libia delle libertà
CONTRO LE POLITICHE DEL RESPINGIMENTO, PER IL DIRITTO DI ASILO DI TUTTI I MIGRANTI DETENUTI IN CONDIZIONI DISUMANE NELLE CARCERI LIBICHE, PER LA SCARCERAZIONE E PROTEZIONE DEI 250 ERITREI A RISCHIO DI DEPORTAZIONE E LAVORI FORZATI IN LIBIA!
Si è verificato lunedì scorso a Misurata, in Libia, l’ennesimo episodio di violenza nei confronti di centinaia di richiedenti asilo: una repressione violentissima con decine di feriti gravi e con l’iniziale dispersione di un gruppo di eritrei in altri centri di detenzione segreti che la Libia ha aperto grazie al sostegno politico e finanziario italiano. Sconcertante a questo proposito la dichiarazione di Margherita Boniver, inviata del ministro Frattini per le emergenze umanitarie, che nega che ci siano responsabilità italiane nel respingimento dei 250 eritrei che da giorni denunciano maltrattementi e torture facendo appello all’Italia e all’Europa affinchè vengano riconosciuti come rifugiati politici. (leggi la testimonianza di un cittadino eritreo)
Al momento si sa che il gruppo di eritrei è da 8 giorni rinchiuso nel carcere di Brak, (nel sud del paese) in condizioni disumane e che la Libia ha annunciato la loro “liberazione” in cambio di “lavoro socialmente utile in diverse Shabie (comuni) della Libia”. Lavoro forzato, dunque, e “librazione” assume a questo punto una connotazione del tutto particolare. Rispettare un governo come quello di Gheddafi è l’invito dell’inviata del governo, laddove in gioco sono le vite di donne e uomini che fuggono dalla guerra e dalla fame e trovano un terreno di respingimenti, torture, violenze e uccisioni gratuite. Del resto, se è il “popolo delle libertà” ad insegnare alla Libia che intendiamo con quel termine, la concessione non ci stupisce!
In solidarietà agli eritrei detenuti in Libia e per urlare forte il dissenso nei confronti delle politiche del respingimento, sono previsti nella giornata di domani sit-in in tutta Italia.
[RadioDiMassa] LE INVISIBILI
E’ da un anno che il Ministro La Russa sta provando a far passare un nuovo modello di difesa. Ma l’ultimo oggetto del contendere è il pensionamento di 10 mila militari e di circa 6000 civili impiegati nel Ministero, una diminuzione delle spese solo di facciata che serve invece a accrescere i fondi destinati alle missioni all’estero e alle truppe di elites dell’esercito italiano (oltre a coprire le folli spese per l’ammodernamento dei sistemi militari).
Se il Pd chiede una discussione parlamentare, rimane il fatto che nessuno ha voglia di capire cosa sta accadendo e anzi da settori della “opposizione” solo pochi mesi fa sono partite critiche alla riduzione di alcune spese militari. Il Pd due anni fa ha presentato un progetto di riforma del sistema di difesa proponendone una maggiore integrazione nel modello europeo e con un occhio di riguardo agli interventi internazionali, alias le missioni di guerra della Nato. Quindi lo scontro non è tra fautori e contrari alle spese militari ma tra chi vorrebbe aumentarle per un esercito europeo e quanti invece rispondono a logiche affaristiche nazionali (spesso e volentieri su commissione americana)
Intanto, non è facile quantificare la spesa militare italiana ( si aggira attorno al 2% del pil) visto che in un capitolo a parte sono riportate le missioni militari all’estero che ogni Governo ha provveduto a rifinanziare con aumento costante della spesa (e delle indennità ai militari in missione). Le spese relative alla modernizzazione degli armamenti fanno invece capo al Ministero delle Attività produttive e che dire poi della spesa per l’Arma dei Carabinieri che ha anche al suo interno personale impiegato nelle basi militari e in missioni e compiti militari?
Fatti due conti, la spesa italiana è tra le più alte d’Europa perchè suddivisa in più capitoli. Volete alcune cifre? Eccovi serviti
Per il 2010 la spesa militare supererà 23 miliardi di euro , ai quali aggiungere i costi di una trentina di missioni all’estero e i 13 miliardi di euro previsti per l’acqisto dei nuovi 131 caccia, ai quali entro il 2015 si aggiungeranno sistemi d’arma per la portaerei Cavour, per le fregate Fremm e il nuovo cacciabombardiere. Intanto la Guerra in Afganistan ha messo a dura prova i mezzi corrazzati di produzione italiana e si stanno predisponendo per inizio 2011 nuovi modelli …
La guerra serve a qualcosa no?
WWW.CONFEDERAZIONECOBASPISA.IT
[RadiodiMassa] Boicotta Benetton
Benetton è una multinazionale a controllo italiano. Opera principalmente nel settore dell’abbigliamento casual e dei tessuti. Possiede i marchi United Colors of Benetton, Sisley, Playlife, Killer Loop, Undercolors.
A seguito dell’accordo con Mattel (avvenuto nel maggio 2005). Benetton realizza e vende nei propri negozi la linea di abbigliamento per bambine “Barbie loves Benetton”.
I suoi marchi si trovano applicati anche su prodotti diversi da quelli dell’abbigliamento in virtù di contratti di licenza. Fra le imprese che hanno ottenuto la licenza possiamo citare l’azienda turca Zorlu Holding per la biancheria, la francese Selective Beauty per i profumi, la milanese Siport per le scarpe da bambini. Ha contratti di licenza anche con aziende che producono gioielli, profilattici e cartoleria.
Il gruppo è composto da 55 società, 40 delle quali con sede all’estero. Le società del gruppo si possono dividere in tre categorie: quelle di natura commerciale, quelle addette alla filatura e tessitura, e quelle che si occupano del confezionamento. Quelle di natura commerciale sono il maggior numero e per la maggior parte si trovano all’estero.
Quelle tessili sono Olimpias e Filatura di Vittorio Veneto, che posseggono vari stabilimenti nell’Italia Settentrionale e nei dintorni di Firenze e Salerno. Quelle del confezionamento sono dislocate in parte in Italia e in parte all’estero. in Italia le principali sono Benind, Bentec e Bencom che si dedicano alla progettazione, al rapporto con i terzisti, ai controlli di qualità e alla rete di vendita. All’estero le società più importanti sono Benetton Slovacchia, di cui non conosciamo le attività, Benetton Ungheria, che coordina la produzione effettuata tramite terzisti nell’Europa dell’Est, Benetton Croazia, che si dedica principalmente al confezionamento dei vestiti in lana, Benetton TextilConfeccao, che confeziona vestiti in Portogallo, e Benetton Tunisia, che ha un duplice ruolo di tintoria e di coordinamento della produzione tramite terzisti in Nord Africa.
La capogruppo è Benetton Group Spa, posseduta per il 67% dalla famiglia Benetton attraverso la società Edizione Holding, che rappresenta la cassaforte finanziaria della famiglia.
Edizione Holding si trova al vertice di numerosi gruppi e numerose società finanziarie utilizzate per effettuare operazioni di vario genere. Una di queste è “21 investimenti” attraverso la quale opera in una ventina di società tra cui Meccano, Sisal, StradeBlu. Fra i gruppi più importanti partecipati direttamente da Edizione Holding troviamo Maccarese Spa gruppo immobiliare (100%) Autogrill Spa (57%), Autostrade Spa (37%), Olimpia Spa (16%) che controlla Telecom Italia, Grandi Stazioni Spa (13%), Sagat Spa (24%) che gestisce l’aeroporto di Torino, Pirelli & C. Spa (3,93%), Banca Popolare Antonveneta (4,86%). Edizione Holding controlla anche il 24,5% del capitale della Sep, casa editrice del quotidiano “Il Gazzettino”. Inoltre ha possedimenti terrieri all’estero. In Argentina, ad esempio, tramite la società Compania de Tierras Sud Argentina SA possiede una estensione grande come tutta l’Umbria su cui alleva 300.000 pecore da lana.
I dipendenti di Benetton Group sono 7.500, di cui 2.500 in Italia. Questi ultimi sono occupati in gran parte nelle sedi centrali di Ponzano e Castrette, gli altri negli stabilimenti tessili e nei negozi. A Castrette (Treviso) si trova il centro operativo che occupa 920 dipendenti. Precisato che per l’abbigliamento Benetton si avvale quasi totalmente di terzisti, a Castrette sorge il centro logistico che acquista sia la stoffa, assegna la produzione ai terzisti, riceve i prodotti finiti, esegue i controlli di qualità e invia la merce ai punti vendita. In Italia i terzisti sono 500, localizzati, oltre che in Veneto, in Puglia, Basilicata, Abruzzo, Campania e Calabria.
Benetton ha creato all’estero tre sottopoli logistici: uno in Ungheria, uno in Croazia e uno in Tunisia. Il principale è quello ungherese che impiega 400 persone. Riceve gli ordini produttivi da Castrette e li assegna a centinaia di terzisti localizzati in Europa dell’Est. Dopo di che rispedisce i prodotti finiti in Italia. Funzioni analoghe sono svolte anche dal polo tunisino e croato, seppur in tono minore e per attività più specifiche.
Nel complesso i lavoratori occupati dai terzisti di Benetton sono 27.000, di cui 7.400 in Italia, 14.500 in Europa dell’Est e 5.000 in Tunisia. L’obiettivo di Benetton è di accrescere la quota di produzione all’estero, che nel 2004 rappresentava già il 70%.
Benetton si sta strutturando anche in Asia, perché rappresenta un mercato in espansione. In India, ad esempio, ha fondato una società assieme a investitori nazionali per creare un polo produttivo locale. Nel contempo ha aperto una sede a Hong Kong per coordinare tutte le attività produttive e commerciali dell’area asiatica, inclusa la Cina.
Nel 2004 il gruppo Benetton ha fatturato 1,69 miliardi di euro, dei quali l’85,1% realizzati in Europa, il 10,3% in Asia, il 4,3% in America, lo 0,3% nel resto del mondo. Nel 2004 Benetton ha speso 52 milioni di euro in pubblicità. Ha ottenuto utili per 123 milioni di euro.
In totale, nel 2004, i gruppi controllati da Edizione Holding (compreso Benetton Group) hanno ottenuto ricavi per 4,95 miliardi di euro.
La rete commerciale di Benetton, presente in 120 paesi, comprende 5 mila punti vendita a insegna propria, per la maggior parte concessi in franchising. Il Gruppo Percassi di Bergamo, socio in Italia di Zara, gestisce in franchising un centinaio di negozi Benetton.
Il gruppo ha la direzione a Ponzano Veneto, in provincia di Treviso.
COMPORTAMENTI
Trasparenza: Non ha risposto al nostro questionario.
Gli accordi stipulati nel 1978, 1999 e 2004 vincolano l’azienda a fornire al sindacato l’elenco delle imprese partecipate, dei terzisti italiani e dei siti produttivi esteri collegati al gruppo.
Lobby: Edizione Holding controlla il 24,5% del capitale dalla Sep, casa editrice dei quotidiano “ll Gazzettino” (www.agcom.it).
Lavoro: Benetton ottiene parte dei suoi prodotti da terzisti localizzati in Cina, paese che vieta ogni libertà sindacale. Inoltre ha collegamenti produttivi con Argentina, India, Lituania, Turchia, Ucraina, Ungheria, paesi che ostacolano fortemente le libertà sindacali (“Corriere del Veneto”, 13 maggio 2004; Bilancio 2004).
Il 16 aprile 2003 si è concluso il processo promosso da Benetton contro Riccardo Orizio, giornalista del “Corriere della Sera” che nell’ottobre 1998 aveva pubblicato un servizio sulla presenza di lavoro minorile alla Bermuda e alla Gorkem Spor Giyim, due fabbriche turche che producevano abbigliamento a marchio Benetton. Di professione terziste, non lavoravano direttamente per Benetton Group, ma per il suo licenziatario turco Bogazici Hazir Giyim. Il servizio, che conteneva nomi, cognomi e foto, pose Benetton in grande imbarazzo anche perché l’articolo attribuiva al proprietario della Bermuda la seguente dichiarazione: “I rapporti tra noi e l’azienda italiana sono amichevoli e di intensa collaborazione. Loro sono i miei principali clienti”. L’articolo affermava anche che i capi di vestiario prodotti alla Gorkem recavano l’etichetta “Made in Italy”. Per difendere la propria immagine, Benetton querelò Riccardo Orizio per diffamazione. In base alla documentazione presentata dal “Corriere della Sera” e a dichiarazioni rese dai testimoni, il Tribunale ha sentenziato che: “L’utilizzo, nelle aziende subfornitrici del licenziatario turco di Benetton, di lavoratori-bambíni” è “circostanza risultata sostanzialmente provata“. Tuttavia ha condannato Orizio a 800 euro di multa, perché ha sbagliato nell’”affermare in modo perentorio che in una di queste aziende venissero prodotti capi con il marchio made in Italy per conto dell’azienda italiana” (“Corriere della Sera”, 12.10.1998 e 21.05.2003).
Nel 2003 Benetton ha adottato un codice etico e di condotta, che però non prevede il rispetto dei diritti dei lavoratori come criterio di selezione dei fornitori. In esso si afferma che “la selezione dei fornitori (…) è dettata da valori e parametri di concorrenza, obiettività, concorrenza, imparzialità, equità nel prezzo“. Agli impegni diretti, Benetton ha sempre preferito formulazioni generiche, come quella assunta nell’accordo sindacale del 1994 attraverso il quale riconosce che il lavoro presso i terzisti deve svolgersi nel rispetto dei diritti fondamentali. Il documento cita tutti i temi più rilevanti, ma sotto forma di elenco senza alcuna specificazione. Non c’è riferimento alle convenzioni dell’OIL, non si cita il salario vivibile, non si parla di forme stabili di assunzione. Per quanto riguarda il sistema di controllo, in un successivo accordo sindacale dei 1999 è espressa l’intenzione di dotarsi di un sistema di monitoraggio interno rafforzato da valutatori esterni. A tutt’oggi non sappiamo cosa abbia messo in atto, benché nel 2004 Benetton abbia firmato un nuovo accordo sindacale in cui accetta di comporre una commissione che verifichi lo stato di attuazione dell’accordo del 1994 e il sistema di monitoraggio.
Tratto dal libro “Guida al vestire critico”
Società. Dal 1991 la famiglia Benetton è proprietaria di 900.000 ettari in Patagonia (Argentina), attraverso la società Compania de Tierras. La proprietà è contestata dalla popolazione Mapuche, originaria della regione, ma oggi confinata in zone periferiche. A più riprese i Mapuche hanno rivendicato il diritto a tornare sulle loro terre e per questo si sono scontrate con l’azienda dei Benetton. L’ultimo contenzioso, in ordine di tempo, ha avuto inizio nel 2002. La famiglia Curinanco, ridotta alla fame, era tornata nel suo luogo di origine, stabilendosi, con il benestare dell’autorità pubblica, in un’area che fa parte dei possedimenti Benetton. Per tutta risposta l’azienda ha fatto sgomberare la famiglia con la forza e l’ha citata in giudizio. Il caso si è chiuso nel 2004 con una sentenza di condanna per la famiglia occupante.
Benché il processo non sia stato favorevole alla famiglia Curinanco, ha avuto il merito di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla situazione dei Mapuche. Infatti nel luglio 2004, lo stesso Adolfo Pérez Esquivel, premio Nobel per la pace, ha scritto a Benetton per chiedere la restituzione di alcune terre. Benetton, pur contestando la richiesta dei Mapuche, si è dichiarato disponibile a cedere alcune terre comprese quelle occupate dalla famiglia Curinanco. Ma nell’agosto del 2005 non erano ancora stati fatti passi concreti. (“Azkintuwe Noticias”, 3 agosto 2005, tradotto da Alejandra Bariviera per www.peacelink.it; “L’Altracittà”, dicembre 2004; 1a Repubblica”, 12 luglio 2004).
Forniture all’esercito: Nel febbraio 2003, a ridosso della guerra in Iraq, fece scalpore la notizia apparsa su “ La Repubblica “, in base alla quale la nave italiana “Strada Gigante”, posseduta da una società di trasporti partecipata dalla famiglia Benetton, trasportava materiale bellico per conto dell’esercito britannico (“ La Repubblica “, 27 febbraio 2003).
Consumatori: Fra il novembre 2002 e il marzo 2004, Benetton è stata censurata a più riprese dallo IAP per messaggi pubblicitari che violavano il codice di autodisciplina. In particolare i messaggi di Sisley sono stati ritenuti contrari agli articoli 1 (lealtà pubblicitaria), 9 (violenza, volgarità, indecenza) e 10 (convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona) (Ingiunzioni n. 231/2002 dell’8 novembre 2002, n. 53/2004 del 5 febbraio 2004 e n. 83/2004 del 5 marzo 2004).
Illeciti: Nel 2004 l ‘Autorità garante per la concorrenza e il mercato ha multato Edizione Holding/Autostrade Spa per irregolarità nelle gare di appalto indette per le aree di ristoro. Di fatto è stata favorita Autogrill, che è un’altra società dell’impero Benetton. La multa è stata di 6,79 milioni di curo (“Bollettino AGCM”, n. 46 del 29 novembre 2004).
Animali: Nell’ottobre 2004 l ‘associazione animalista PETA ha lanciato una campagna nei confronti di Benetton per convincerla a non comprare più lana dall’Australia. In questo paese, infatti, viene adottata una pratica, chiamata mulesing, che oltre ad asportare la lana, taglia via pezzi di pelle dal corpo degli animali. Quando non sono più utili per la lana, le pecore sono inviate in Medio Oriente per essere macellate secondo il rito islamico. Il viaggio avviene su imbarcazioni scoperte, in condizioni indecenti (www.unitedcrueltyofbenetton.com).
Paradisi fiscali: Benetton ha filiali in Corea del Sud, Hong Kong, Lussemburgo, Svizzera, considerati paradisi fiscali dalla legislazione italiana (Bilancio 2004).
[RadiodiMassa] Libertà di stampa?
Libertà di stampa?
L’Italia è al 40° posto, dopo Cile e Corea del Sud
Reporter sens frontière (Rsf) ha pubblicato la prima classifica mondiale della libertà di stampa e non sono mancate le sorprese.
Innanzitutto va rilevato che, pluralismo e libertà nella diffusione delle notizie non sono una prerogativa dei paesi più ricchi e sviluppati. Basti pensare che il Costa Rica precede in classifica gli Stati Uniti e diverse nazioni europee. L’Italia, a causa dell’irrisolto conflitto di interessi del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, si piazza al quarantesimo posto, superata da paesi latinoamericani come Ecuador, Uruguay, Paraguay, Cile ed El Salvador, oltre che da Stati africani come Benin, Sudafrica e Namibia. La maglia nera dei peggiori del gruppo spetta a tre nazioni asiatiche: Corea del Nord, Cina e Myanmar. In fondo alla classifica figurano anche la maggior parte dei paesi arabi, a partire da Libia, Tunisia e Iraq, dove è semplicemente impensabile che un giornale o una testata radiotelevisiva possa criticare il capo dello Stato o l’operato del governo. R.s.f. assegna invece buoni voti ad alcune realtà africane come Benin, Sudafrica, Mali, Namibia e Senegal, tutte collocate nelle prime cinquanta posizioni e in condizione di vantare una reale libertà di stampa. I peggiori nell’Africa nera risultano essere Eritrea (132ma), Zimbawe (123mo), Guinea Equatoriale (117ma), Mauritania (115ma) e dal 109mo al 105mo posto, Liberia, Rwanda, Etiopia e Sudan. (Reporters sens frontiéres).
Posizione Paese Note 1 Finlandia 0,50 - Islanda 0,50 - Norvegia 0,50 - Paesi Bassi 0,50 5 Canada 0,75 6 Irlanda 1,00 7 Germania 1,50 - Portogallo 1,50 - Suecia 1,50 10 Danimarca 3,00 11 Francia 3,25 12 Australia 3,50 - Belgio 3,50 14 Slovenia 4,00 15 Costa Rica 4,25 - Svizzera 4,25 17 Stati Uniti 4,75 18 Hong Kong 4,83 19 Grecia 5,00 20 Equador 5,50 21 Benin 6,00 - Inghilterra 6,00 - Uruguay 6,00 24 Cile 6,50 - Ungheria 6,50 26 Africa del Sud 7,50 - Austria 7,50 - Giappone 7,50 29 Spagna 7,75 - Polonia 7,75 31 Namibia 8,00 32 Paraguay 8,50 33 Croazia 8,75 - El Salvador 8,75 35 Taiwan 9,00 36 Mauricio 9,50 - Perú 9,50 38 Bulgaria 9,75 39 Corea del Sud 10,50 40 Italia 11,00 41 Repubblica Ceca 11,25 42 Argentina 12,00 43 Bosnia-Erzegovina 12,50 - Mali 12,50 45 Romania 13,25 46 Capo Verde 13,75 47 Senegal 14,00 48 Bolivia 14,50 49 Nigeria 15,50 - Panama 15,50 51 Sri Lanka 15,75 52 Uganda 17,00 53 Niger 18,50 54 Brasile 18,75 55 Costa de Marfil 19,00 56 Libano 19,67 57 Indonesia 20,00 58 Comoras 20,50 - Gabon 20,50 60 Yugoslavia 20,75 - Seychelles 20,75 62 Tanzania 21,25 63 Repubblica africana 21,50 64 Gambia 22,50 65 Madagascar 22,75 - Tailandia 22,75 67 Bahrein 23,00 - Ghana 23,00 69 Congo 23,17 70 Mozambico 23,50 Posizione Paese Note 71 Cambogia 24,25 72 Burundi 24,50 - Mongolia 24,50 - Sierra Leone 24,50 75 Kenya 24,75 - Messico 24,75 77 Venezuela 25,00 78 Kuwait 25,50 79 Guinea 26,00 80 India 26,50 81 Zambia 26,75 82 Palestina 27,00 83 Guatemala 27,25 84 Malaui 27,67 85 Burkina Faso 27,75 86 Tayikistán 28,25 87 Chad 28,75 88 Camerun 28,83 89 Marruecos 29,00 - Filippine 29,00 - Suazilandia 29,00 92 Israele 30,00 93 Angola 30,17 94 Guinea-Bissau 30,25 95 Algeria 31,00 96 Yibuti 31,25 97 Togo 31,50 98 Kirguizistán 31,75 99 Giordania 33,50 - Turchia 33,50 101 Azerbaiyán 34,50 - Egitto 34,50 103 Yemen 34,75 104 Afghanistan 35,50 105 Sudan 36,00 106 Haiti 36,50 107 Etiopia 37,50 - Ruanda 37,50 109 Liberia 37,75 110 Malesia 37,83 111 Brunei 38,00 112 Ucraina 40,00 113 Repubblica Congo 40,75 114 Colombia 40,83 115 Mauritania 41,33 116 Kazajistán 42,00 117 Guinea Ecuatoriale 42,75 118 Bangladesh 43,75 119 Pakistan 44,67 120 Uzbekistán 45,00 121 Russia 48,00 122 Iran 48,25 - Zimbawe 48,25 124 Bielorrusia 52,17 125 Arabia Saudita 62,50 126 Siria 62,83 127 Nepal 63,00 128 Túnez 67,75 129 Libia 72,50 130 Iraq 79,00 131 Vietnam 81,25 132 Eritrea 83,67 133 Laos 89,00 134 Cuba 90,25 135 Buthan 90,75 136 Turkmenistán 91,50 137 Birmania 96,83 138 Cina 97,00 139 Corea del Nord 97,50IL MESSICO STA SANGUINANDO
I media liberi contro la tirannia invisibile
Il Messico sta sanguinando. Parallelamente alla cosidetta “guerra contro il narcotraffico” vediamo tingersi di verde oliva il territorio del nostro paese.La militarizzazione fa parte della guerra globale voluta dal governo
degli Stati Uniti dopo l’11 settembre creando i suoi nuovi nemici: il terrorismo e il narcotraffico. In piena sintonia con i suoi maestri del nord, il governo messicano ha dichiarato la sua guerra, creando uno stato
di polizia e criminalizzando la protesta sociale.
La militarizzazione produce forme di controllo sociale che niente hanno da
invidiare a quelle utilizzate durante le dittature degli anni ’70: dalle
videocamere alle stanze di tortura, passando per le sparizioni e i
massacri, il regime utilizza qualsiasi mezzo per imporre nuove condizioni
di schiavitù. Alla barbarie dei decapitati, degli “insaccati”, dei corpi
sciolti nell’acido e delle altre atrocità con cui i media nutrono la paura
sociale, si sommano l’alta tecnologia dello spionaggio elettronico
(telefono ed internet), così come le offerte di famosi mercenari che si
propongono per combattere i criminali. In questo modo la paura e il
silenzio sono le ricette magiche uscite dai manuali di guerra psicologica
per abituare i media all’autocensura, con l’obiettivo inoltre di fare in
modo che la popolazione sia sempre meno sensibile alla violenza statale e
paramilitare contro i movimenti sociali.
Può sembrare esagerato parlare di “nuova schiavitù”, però questo è
l’obiettivo dei potenti: i grandi impresari, nazionali e stranieri, il
governo degli Stati Uniti ed i neoliberalisti messicani sono decisi ad
abbattere tutti gli ostacoli che gli impediscono di aumentare i propri
guadagni e il proprio controllo sul paese. Vogliono appropriarsi delle
ricchezze naturali e sfruttare sempre più i lavoratori messicani. Gli
esempi abbondano. Diamo uno sguardo aglie elementi di questa guerra che i
padroni e i politici stanno conducendo contro tutta la popolazione:
1. Militarizzazione. Sebbene in Messico non abbiamo mai avuto uno “stato
di diritto”, oggi vediamo l’esercito applicare in tutto il paese la legge
del più forte. L’esercito e la polizia federale sono gli unici che
sostengono il progetto neoliberale in Messico. La risposta dei politici al
collasso di istituzioni chiave come i poteri dell’Unione, l’educazione e la
salute pubblica, così come la profonda crisi economica apertasi dal 2008, è
stata la “mano dura”, indipendentemente dalla fazione politica di
provenienza: Felipe Calderon (partito del PAN), Enrique Peña Nieto (partito
del PRI) o Marcelo Ebrard (partito del PRD). Dal Chihuahua al Chiapas e dal
New Divine1 a San Juan Copala, gli anfibi militari occupano, reprimono,
torturano, assassinano la popolazione che vive in quei territori che loro
vogliono controllare.
La cosidetta guerra al narcotraffico è una scusa per entrare militarmente
in stati come Michoacan, Guerrero, Oaxaca, Chiapas, criminalizzando tutte
quelle lotte sociali che vogliono difendere il loro territorio. Dicono che
queste lotte sono relazionate con la guerriglia e per questo vengno
duramente represse.
2. La fine dei diritti sociali. In Messico, prodotto della rivoluzione
interrotta del 1910, ci sono limiti minimi allo sfruttamento dei lavoratori
e alla sottomissione del paese agli stranieri. Questi sono gli ultimi
ostacoli che l’attuale offensiva (del potere) vuole rimuovere. Che si parli
della catastrofica situazione dell’educazione nazionale o del servizio
elettrico, della devastazione dei campi agricoli o della privatizzazione
dell’acqua, l’insieme dei diritti conquistati con decenni di lotte sociali
stanno per essere distrutti. Nessuno può dimenticare che la rivolta
zapatista è stata generata dalla riforma dell’articolo 27 della
Costituzione, nel 19922. Oggi assistiamo alla privatizzazione dell’energia
elettrica tramite la svendita delle imprese parastatali e il golpe brutale
e illegale contro lo SME (Sindacato Messicano del settore Elettrico)3.
Mentre aumentano anche le minacce del transgenico contro i nostri semi
locali. L’educazione soffre di un’asfissia rappresentata dal dramma di
milioni di giovani che non trovano lavoro e ne’ un posto nelle scuole. E
del welfare-state meglio non parlare, dato che le pensioni sono entrate
nella roulette della speculazione finanziaria tramite gli Afores
(assicurazioni private), mentre gli ospedali e le cliniche vengono
smantellati e vivono della mancanza quotidiana di fondi e medicine. Come
ciliegina sulla torta, nell’aprile del 2010 il partito della destra dura,
il PAN, ha proposto una riforma della Legge Federale del Lavoro, che ha lo
scopo di distruggere diritti fondamentali dei lavoratori come il contratto
collettivo di lavoro, la stabilità del posto di lavoro, la durata della
giornata lavorativa, compreso l’elementare diritto di ricevere uno
stipendio per il lavoro.
3. Regalare il paese ai grandi capitalisti. La guerra in corso ha un
obiettivo fondamentale: che le enormi ricchezze del paese siano sfruttate
dai grandi capitalisti. A chi porta beneficio la Legge Monsanto e i
permessi per seminare il transgenico? Alla Monsanto, Cargill, Syngenta,
etc.. A chi giova la chiusura di Luz y Fuerza? Alla Iberdrola, AES,
Mitsubishi, etc… E lo stesso vale per le miniere, l’energia eolica, le
infrastrutture, il settore finanziario, etc…dove imprese di tutto il
mondo sfuttano la manica larga del governo di Calderón per “attrarre
investimenti”. Una menzione speciale spetta al baronato locale, con Carlos
Slim in testa, che sono riusciti a impossessarsi di una parte importante
della torta. Che Slim sia l’uomo piu’ ricco del mondo non deve nascondere
però gli affari milionari della famiglia Zambrano (Cemex), degli Azcárraga
(Televisa), degli Hernández (Maseca) e di tutti gli altri. Mentre questo
manipolo di ladroni vive una vita da re, 50 milioni di messicani vivono in
povertà e centinaia di migliaia migrano al Nord in cerca di una vita
migliore, solo per inontrare la morte per mano della Polizia della
migrazione, del deserto e dei “cacciatori di migranti”.
4. Il riscatto dei gringos. Come mai nella storia, il governo di Felipe
Calderón ha abbandonato il paese in mano allo Stato e all’esercito degli
Stati Uniti. Il Messico si sta trasformando in un protettorato americano.
Le decisioni fondamentali sono tutelate dai nostri “generosi” vicini, che
distribuiscono dollari e armi per la maggiore, aumentando la loro influenza
sulla vita del paese. Solamente nel 2010, la realizzazione di manovre
militari congiunte, la visita di una delegazione militare guidata dalla
Segretaria di Stato Hillary Clinton, e gli ordini dati dalla Segretaria
della Sicurezza Interna, Janet Napolitano, di ritirare l’esercito da
Juárez, sono stati tre episodi evidenti su chi tiene veramente le redini
del paese. Il governo attuale si è subordinato completamente ai dictat
degli americani sintetizzati nell’Iniziativa Merida e nella recente pretesa
di implementare un “Plan Colombia” in Messico. Gli aiuti militari (armi,
risorse, formazione militare) saranno completati dall’azione diretta dei
soldati e dei mercenari degli Stati Uniti nel nostro paese, godendo
ovviamente della totale impunità.
In questo panorama, i media di comunicazone di massa giocano un ruolo
fondamentale. Non bisogna mai scordare il ruolo e la partecipazione dei
media commerciali nelle campagne di destabilizzazione in molte parti del
mondo: “El Mercurio” in Cile contro il governo di Salvador Allende, “The
Daily Gleaner” in Jamaica contro il governo di Michael Manley, “La Prensa”
in Nicaragua contro i sandinisti, i media dell’ultra-destra in Venezuela
contro il governo di Hugo Chavez, le televisioni in Honduras contro il
governo di Manuel Zelaya. Una menzione a parte merita la “copertura”
dell’invasione dgli Stati Uniti in Afghanistan ed Iraq, operazione
propagandistica con la quale le grandi catene di disinformazione degli
Stati Uniti, specialmente Fox News, si sono dedicate a “creare il nemico”
di cui aveva bisogno Bush Jr per mettere le mani su quella regione del
mondo. Allo stesso modo, la “Sociedad Interamericana de la Prensa” (SIP) e
il “National Endowment for Democracy” (NED) sono strumenti di intervento
mediatico che la CIA usa in America Latina. Tutti questi sono esempi sul
ruolo centrale svolto dai media nel processo di dominazione che stiamo
subendo.
Il Messico è stato un “laboratorio” importante per sperimentare le
tecniche di controllo sociale attraverso i media di comunicazione di massa.
Dai tempi di Diaz Ordaz, si formulò il modus operandi di questi attori. In
un documento interno del governo messicano degli anni ’60, depositato
all’Archivio Generale della Nazione, possiamo leggere: “Grazie all’azione
della propaganda politica possiamo concepire un mondo dominato dalla
Tirannia Invisibile che adotta la forma di un governo democratico”. Parole
che hanno quasi cinquant’anni ma che purtroppo non hanno ancora perso il
loro fondamento. Condizionamento e manipolazione sono la vera ricetta dei
media commerciali per mantenerci tranquilli mentre il paese si disintegra.
E questo non si limita solo ai periodi di crisi, ma si applica alla nostra
vita quotidiana. I media di comunicazione di massa modellano le nostre vite
attraverso i loro messaggi: dettano stili di comportamento, ci dicono cosa
fare, come e quando; stabiliscono le gerarchie di quello che è accettabile,
del “bene” e del “male”, elevano o distruggono figure politiche, etc… Nel
campo delle lotte sociali, questi media commerciali si comportano come se
fossero un esercito di mercenari al servizio del miglior offerente e come
efficenti guardiani dell’ordine costituito. Il “pensiero strategico” dei
media di comunicazione di massa è guidato dalle tecniche comportamentali e
di manipolazione della cosidetta “opinione pubblica”. E non potrebbe essere
altrimenti visto che sappiamo che dietro la supposta “obiettivita’” dei
giornalisti, i lacci del potere si tessono con solide reti: così Bill
Gates, proprietario di Microsoft, è un importante azionista di Televisa,
mentre Carlos Slim è uno dei proprietari del New York Times.
Negli ultimi 20 anni, politici e proprietari dei media di comunicazione
hanno stabilito un’alleanza strategica di mutuo soccorso: il controllo
della popolazione che i media garantiscono e che permette che i ladri e gli
assassini governino il paese, è premiato con gli accordi di governo che
mantengono il duopolio Televisa – TV Azteca in tutto il paese. Mentre i
media di comunicazione di massa si presentano come il teatro della
democrazia e dela differenza, uno sguardo ai proprietari delle imprese di
radio e televisione ci mostrano che un pugno di attori controlla la
diffusione di messaggi omogenei che hanno come scopo il controllo sociale.
Le concessioni per la televisione via cavo si dividono tra Televisa e TV
Azteca, che nel 2008 controllavano 401 concessioni, rappresentando poco più
dell’ 87% del totale. Questo da luogo ad affari milionari: nel 2008
Televisa ha registrato introiti per più di 39.000 milioni di pesos (il 70 %
degli ingressi della televisione via cavo); TV Azteca ha avuto introiti per
niente disprezzabili di più di 9.000 milioni di pesos. La situazione per
ciò che riguarda le radio non è diversa: il Gruppo ACIR controlla 160
stazioni radio in 26 città del Messico e il Gruppo Radio Centro fa il suo
con più di 100 stazioni; questi gruppi radiofonici rappresentano il 50% del
pubblico della Città Mostro (Città del Messico). Che differenze e che
obiettività può esistere quando la stragrande maggioranza delle stazioni di
radio e dei canali televisivi sono controllati da 4 imprese? In questa
situazione di oligopolio, la comunicazione si modella e si vende al miglior
offerente.
I media commerciali, e in particolare la televisione, costituiscono il
principale tramite di “comunicazione” nel paese. Storicamente, lo Stato
Messicano si è dedicato a due cose: lasciare in mano ai proprietari privati
lo spazio della comunicazione e reprimere le iniziative che dalla base
sociale cercano di abbattere il monopolio mediatico. Attaccare questo
monopolio è un compito essenziale per trasformare il paese. Per questo, i
media liberi, associativi e comunitari sono attori strategici e
fondamentali nelle lotte sociali.
La storia recente racconta dell’importanza dei media indipendenti. Nel
1994 la nascente rete di internet ha aiutato ad arginare la guerra contro
l’EZLN e le comunità indigene in resistenza. La diffusione delle immagini e
delle informazioni della repressione ad Atenco e la tenace resistenza del
popolo di Oaxaca nel 2006 hanno rappresentato un salto di qualità per i
media liberi, che hanno imparato ad aprire nuovi spazi per chi lotta contro
il capitale e i suoi governi.
Nel maggio 2006, davanti al linciaggio mediatico dei contadini del Fronte
dei Popoli in Difesa della Terra di San Salvador de Atenco, i media liberi
denunciarono pubblicamente le torture e le violenze subite dai e dalle
detenut* e trasmisero gli appelli alla mobilitazione in solidarietà coi
prigionieri. Poco dopo, nell’estate e durante l’autunno del 2006, i media
liberi ed autogestiti svolsero un ruolo essenziale nella resistenza dei
popoli di Oaxaca: Radio Plantón, stazione dei maestri in lotta; Radio
Universidad, che divenne l’ultimo bastione del movimento di Oaxaca;
l’occupazione di radio e anche di un’emittente televisiva; il lavoro dei
media liberi come Indymedia Oaxaca e altre iniziative che permisero che
questi movimenti potessero combattere con efficacia le bugie dei media
ufficiali, al punto che la resistenza potè essere distrutta solo attraverso
la brutale repressione della Polizia Federale.
Oggi, davanti alla decomposizione del regime e alla militarizzazione, i
media liberi rappresentano l’unico spiraglio attraverso il quale filtrano
scorci della realtà che si contrappongono alle bugie della propaganda di
governo. Allo sviluppo del monopolio mediatico, i media liberi si scontrano
colpendo uno dei pilastri centrali del controllo sociale in questo paese.
Ed è per questo che sono colpiti duramente dalla repressione, in
particolare quelli che raggiungono una larga diffusione come le radio.
In effetti, le radio libere hanno pagato un grosso tributo di sangue e
sforzi, poi distrutti dall’azione delle autorità. Anche su questo terreno
si sente l’irrigidimento del regime. Secondo la legge sui media, che non
prevede uno statuto legislativo definito per le radio libere e comunitarie,
trasmettere senza permessi è punito con una multa e il sequestro degli
strumenti di trasmissione. Per decenni, così si è comportato il governo.
Senza dubbio, a partire dal 2007-2008 l’amministrazione di Calderón ha
cambiato strategia e tramite un ricorso giuridico illegale, accusa chi
trasmette senza permesso di “danno ai beni nazionali”, delitto punito con
12 anni di carcere e una multa di 50 milioni di pesos. Sono in corso due
processi dove i e le compagn* sono stati accusati di questo “originale”
reato: Rosa Cruz, della radio comunitaria purépecha di Uekakua, che
trasmetteva con 5 watts di potenza dalla comunita’ di Ocumicho, Michoacán,
e Héctor Camero, membro della radio Tierra y Libertad di Monterrey, Nuevo
León.
Con la sua pesantezza, l’arsenale giurdico occupa comunque il secondo
posto davanti alle interferenze, agli omicidi, alle aggressioni fisiche
contro chi costruisce le radio libere e comunitarie.
In Oaxaca, Chiapas e Distrito Federal, le interferenze mediante altre
frequenze radio più potenti è stata ampiamente utilizzata dai governi
locali o da quello federale per cercare di ammutolire le radio libere e
comunitarie.
Radio Insurgente, stazione radio dell’EZLN, è stata vittima delle
interferenze a Chenalhó. Radio Plantón e Radio Universidad a Oaxaca sono
state vittime delle interferenze, durante il movimento della APPO del 2006.
Oggi Radio Plantón deve cambiare frequenza per evitare le interferenze.
A Guerrero, Radio Ñomndaa ha visto ridotto il suo raggio di diffusione per
la presenza di un segnale di Acapulco, che impedisce che “La Palabra del
Agua” si ascolti a Ometepec, la città piu’ vicina a Xochistlahuaca.
Nella Città del Mostro, Regeneración Radio (105.3 FM) e La Voz de Villa
(91.7 FM) sono state bloccate da una trasmissione di messaggi esoterici e
musica rock dal 2009. In alcuni casi le interferenze prendono la forma di
un atto controrivoluzionario come successe a Cancún durante le
mobilitazioni contro la riunione della OMC (2003), quando una nave da
guerra attraccata nel porto, oscurò quel giorno tutti gli spazi vuoti
dell’etere allo scopo di evitare che fossero usati dalle radio libere.
La Ké Huelga Radio è stata vittima di quattro attacchi tramite
interferenze nei suoi 11 anni di vita. Durante lo sciopero studentesco del
1999 e nel 2000 con il rumore di una sirena; attualmente tramite due
segnali: una stazione “anonima” che trasmette messaggi esoterici e musica e
Radio Josna, frequenza legata al PRI dello Stato di México che trasmette da
Ciudad Neza (nella periferia di Città del Messico).
Creare interferenze su un segnale radio che non persegue fini commerciali
costituisce una palese negazione al diritto universale dalla libera
espressione.
Con meno frequenza, anche gli omicidi e le aggressioni fisiche hanno
colpito i media liberi. Ricordiamo come esempio doloroso l’omicidio di
Felícitas Martínez e Teresa Bautista, attiviste della comunicazione del
popolo triqui e integranti della radio “La Voz que rompe el silencio”, e
che furono brutalmente assassinate nell’aprile del 2008. Anche i compagni e
le compagne di “Radio Ñomdaa” hanno dovuto subire il carcere (David
Valtierra nel 2007), intenti di sgombero (2008) e pestaggi (Obed Valtierra
nel 2009).
Di fronte al progetto capitalista che, tramite il terrore, la forza
militare e le bugie della propaganda, pretende di creare un nuovo paradiso
per i ricchi e i loro servi della casta politica, mantenere in vita un
progetto di comunicazione libera non è mai stata una cosa semplice. La
nostra Radio, Ké Huelga, nata dal calore dello sciopero studentesco del
1999 contro la privatizzazione dell’educazione e della scuola, ha avuto
come obiettivo principale quello di aprire uno spazio di comunicazione di
massa per le persone e organizzazioni che lottano per trasformare la
propria vita. In 11 anni abbiamo collaborato con centinaia di esperienze di
lotta e resistenza del Messico e del mondo. La nostra presenza nelle
frequenze in FM ed in Internet ha permesso che molt* compagn* si siano
aggregati a questo spazio e lo occupino per diffondere le loro idee ed
iniziative politiche. Questo è stato possibile grazie alla riappropriazione
delle tecnologie necessarie per trasmettere e alla scelta di centinaia di
persone che hanno partecipato al progetto durante questi 11 anni.
Concepita come spazio di comunicazione e scambio, la Ké Huelga ha aperto
possibilità di dialogo e incontro che mettono in discussione due meccanismi
fondamentali del controllo sociale: l’incomunicabilità e il silenzio
mediatico. Nella Ké Huelga Radio abbiamo sperimentato una forma di
comunicazione in cui chi parla attraverso i nostri microfoni non è né si
considera uno “specialista” e abbiamo ben presente che la pratica della
comunicazione ha senso solo se quell* che ascoltano rompono la passività e
condividono le loro parole. Questo è evidente nel caso delle lotte sociali
che incontrano nella nostra radio uno strumento per far conoscere le loro
lotte ed iniziative. In maniera quotidiana, Ké Huelga permette che diverse
espressioni culturali, sociali, politiche ed anche individuali, “senza
spazio nell’etere”, abbiano un canale di reciproca scoperta. Quando i media
commerciali dicono “audience” noi diciamo “compagni/e”.
Ké Huelga Radio è anche uno spazio dove impariamo a lottare, a
riappropriarci delle conoscenze che il capitalismo riserva ai suoi media di
in-comunicazione e soprattutto ad entrare in contatto con altr* come noi,
che cercano di cambiare questo mondo che velocemente si sta disintegrando,
minacciando di ridurci a semplici spettatori della nostra stessa morte.
A prescindere dai risultati raggiunti, oggi ci troviamo in una situazione
complicata: nel mezzo di una criminalizzazione crescente delle lotte
sociali, il nostro segnale è circondato da interferenze. Difendere ed
ampliare gli spazi di libertà contro il potere è un obiettivo di tutte/i.
Vi invitiamo a partecipare alla difesa di Ké Huelga Radio prendendo uno
spazio nella programmazione, contribuendo alla sua diffusione, collaborando
economicamente o con strumenti, o in tutte le forme in cui vorrete
contribuire.
Città Mostro, maggio del 2010
http://kehuelga.org – kehuelga@kehuelga.org
Tradotto da Nodo Solidale
http://www.autistici.org/nodosolidale
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