Lombardia
Grazie Baroni – articolo da Il Sole 24 ore
Alleghiamo un interessante articolo, tratto da Il Sole24Ore, in cui l’antropologo La Cecla racconta della sua esperienza universitaria.
Leggi l’articolo: graziebaroni_sole24ore
Commento analitico al DDL Gelmini
Di seguito riportiamo il commento analitico FLC-CGIL al DDL Gelmini licenziato al Senato il 29 Luglio.
Il testo così modificato passerà alla discussione alla Camera tra Settembre ed Ottobre.
DDL Gelmini: commento analitico delle modifiche introdotte al Senato
Pubblichiamo un commento analitico delle modifiche al DDL 1905; modifiche che non mutano gli aspetti più critici e negativi a cominciare dal fatto che i soldi non ci sono anche se il Ministro Gelmini, in Aula, ha ripetuto l’ormai logora promessa di milioni di euro prossimi venturi. Abbiamo già avuto ampiamente modo di valutare la differenza fra gli annunci ed i fatti reali.
Confermiamo quindi la nostra contrarietà ad un provvedimento che pretende di presentarsi come riforma epocale, di esaltare merito e trasparenza, di disegnare uno scenario di prospettiva, e che ha invece caratteristiche del tutto opposte: burocratico, centralistico, autoritario, che chiude ogni prospettiva reale ai giovani, massacra i precari, cancella i ricercatori, pone le premesse per la riduzione del diritto allo studio. Un progetto che disegna un’Università, più piccola, povera, privatizzata, riservata a chi se la potrà permettere.
Auspichiamo che la discussione alla Camera assuma un’impronta adeguata alla rilevanza del tema, e capace di modificare profondamente i nodi critici che il provvedimento contiene. Per quanto ci riguarda, fin dai primi di settembre riprende l’iniziativa, insieme a tutti i soggetti che stanno dimostrando in queste settimane la volontà di battersi per soluzioni eque ed efficaci e per la difesa dell’istituzione Università.
“Norme in materia di organizzazione delle Università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario” (DDL 1905, d’iniziativa del Governo, cosiddetto Gelmini).
Il Governo ha trasmesso il 29 novembre 2009 alla Presidenza del Senato il testo del DDL. Il Senato il 29 luglio ha licenziato una prima stesura del disegno di legge, che a partire da settembre sarà sottoposto all’esame della Camera dei Deputati.
La FLC ha già sviluppato un’analisi di dettaglio del testo sottoposto dal Governo all’iter parlamentare (documento del Forum della docenza universitaria del 12 febbraio 2010 e relazione di Marco Broccati al Convegno “DDL Gelmini sull’Università: quale progetto per l’università italiana?” del 2 marzo alla Sapienza a Roma del 2 marzo alla Sapienza a Roma).
Nonostante le numerose modifiche apportate prima dalla Commissione Istruzione (7a) del Senato e successivamente dall’Aula, sono confermati l’impianto del provvedimento ed il senso negativo delle sue principali criticità. Non svilupperemo pertanto una nuova analisi generale dello stesso e ci limiteremo ad evidenziare le principale modifiche introdotte rispetto al testo originario di iniziativa del Governo.
La governanceE’ previsto qualche potere in più al Senato Accademico, che può esprimere pareri sulla programmazione strategica ed il bilancio e che, soprattutto, può con un’adeguata maggioranza (almeno tre quarti dei suoi componenti) proporre al corpo elettorale una mozione di sfiducia al Rettore (Art. 2, comma 1, lettera e). Vi è un’attenuazione del ruolo del Ministero dell’Economia nella gestione degli Atenei; in particolare non è più previsto che il Presidente del Collegio dei Revisori dell’Università debba essere un Dirigente di tale Ministero (Art. 2, comma 1, lettera o).
Vi è un chiarimento sul ruolo delle strutture di raccordo didattico tra più Dipartimenti, non più necessariamente denominate Scuole o Facoltà (Art. 2, comma 2, lettera c), a vantaggio dei Dipartimenti stessi, che saranno in particolare gli unici titolari della proposta di chiamata dei docenti (Art. 17, comma 1, lettera d), proposta che sarà poi sottoposta dal Rettore alla deliberazione del CdA. Per ciò che riguarda la realtà di Medicina viene confermato il principio della “inscindibilità delle funzioni assistenziali delle funzioni assistenziali dei docenti di materie cliniche da quelle di insegnamento e di ricerca” e conseguentemente è previsto che le strutture di raccordo didattico assumano i propri compiti “secondo le modalità e nei limiti concertati con la regione di ubicazione” e quindi non secondo modalità riconducibili esclusivamente all’autonomia statutaria degli Atenei.
Prescindendo da un necessario approfondimento di quanto previsto per Medicina, le modifiche introdotte sono di per sé positive ma insufficienti a modificare l’impianto del ddl.
In particolare permane un modello di governo degli Atenei marcatamente centralistico, imperniato sul Rettore e sul CdA. La struttura centrale, che delibererà sul reclutamento e governerà le dinamiche di sviluppo delle diverse aree dell’ateneo, risulta priva di efficienti contrappesi in grado di contrastare l’eventuale consolidamento di cordate accademiche dominanti ed autoreferenziali. In particolare il CdA, che prevede una significativa presenza esterna, difficilmente riuscirà a svolgere una reale funzione di raccordo tra Università e forze sociali e produttive e rischierà in alcune realtà di essere un semplice braccio operativo del Rettore oppure in altre realtà di esportare a livello universitario esperienze fallimentari quali quelle ad es. della gestione delle ASL nella sanità. Permane pertanto l’accantonamento dell’idea di un governo dell’autonomia come espressione di una comunità di pari che si autogoverna e i cui atti sono valutati da un soggetto terzo, a tutela degli interessi della società.
Principi ispiratori e norme in materia di qualità ed efficienza del sistema universitarioL’articolo 1, comma 1 stabilisce, modificando il testo originario, che “Le Università sono sede primaria di libera ricerca e di libera formazione” Nello stesso articolo, comma 4, si sancisce che il MIUR deve garantire “una distribuzione delle risorse pubbliche coerente con gli obbiettivi, gli indirizzi e le attività svolte da ciascuno ateneo, nel rispetto della coesione territoriale del Paese, nonché con la valutazione dei risultati conseguiti”. E nel comma 5 si prevede la possibilità di accordi di programma con il MIUR,“al fine di favorire la competitività delle università svantaggiate, migliorandone la qualità delle performance, tenuto conto degli indicatori di contesto relativi alle condizioni di sviluppo regionale”. Viene altresì precisato che la valutazione dei risultati avviene tramite l’ANVUR. I nuovi principi ispiratori sono impegnativi, ma rischiano di essere nell’attuale contesto delle politiche governative di drammatici tagli finanziari alle Università e di una strategia coerente ad essa correlata di drastico ridimensionamento delle università pubbliche e della popolazione studentesca (denotata come “razionalizzazione dell’offerta formativa”) ed in presenza delle misure di merito del Titolo II, mere affermazioni di principio di natura propagandistica, con esiti concreti di natura opposta.
In particolare i contenuti del Titolo II confermano l’opzione di una politica per la qualità a costo zero e quindi la sottrazione ad un FFO già drammaticamente insufficiente a coprire i costi ordinari insopprimibili (- 1253 Milioni nel 2011) di ulteriori risorse per sostenere gli incentivi alla qualità, anche se occorre registrare, rispetto al testo originario, la riduzione di alcuni prelievi previsti a carico del FFO ed in particolare l’eliminazione del prelievo per sostenere il fondo di rotazione definito distinto ed aggiuntivo rispetto al FFO (art. 5, comma 4, lettera l) e di quelli previsti per finanziare i concorsi nazionali per assegni di ricerca e per posti di ricercatore a tempo determinato, concorsi cancellati dalla Commissione Istruzione del Senato. Permangono però i prelievi dall’attuale FFO per gli incentivi legati agli esiti della valutazione (art. 5, comma 3, lettera d), all’introduzione del costo standard unitario di formazione (art. 5, comma 4, lettera f) per il quale viene precisato da un emendamento approvato in Aula che gli indici di riferimento debbano essere commisurati “ai differenti contesti economici, territoriali , e infrastrutturali in cui opera l’università” , alla valutazione ex post delle scelte di reclutamento degli Atenei (art. 5, comma 1, lettera c),(prelievo ultimo portato in aula dal 3% al 10%, sulla base di quanto previsto dall’art. 5, comma 5) e agli incentivi della mobilità interuniversitaria (Art. 7, comma 3) e di quella connessa al trasferimento di personale in attuazione di procedimenti di fusione o federazione di atenei (art. 3, comma 5). Per ciò che riguarda gli incentivi legati alla valutazione, è previsto che l’attuale 7% del FFO (di cui all’art. 2 del DL 180/2008) sia incrementato ciascun anno con decreto ministeriale in misura compresa tra lo 0,5% ed il 2% (Art. 13, comma 1, lettera b).
Abbiamo in passato espresso il nostro favore a misure che tendessero a promuovere la qualità con incentivi commisurati agli esiti della valutazione. Tali incentivi devono però essere realizzati con risorse aggiuntive all’attuale FFO, già globalmente drammaticamente inferiore agli standard internazionali. Altrimenti si produrrà inevitabilmente una differenziazione drammatica tra gli Atenei, alcuni dei quali saranno costretti a chiudere mentre altri saranno messi nell’impossibilità pratica di garantire al tempo stesso funzioni di formazione e di ricerca. Prevedibilmente, come già si è verificato con il riparto dell’aliquota del 7% del FFO, saranno penalizzate maggiormente le Università meridionali, nonostante le correzioni previste introdotte dai diversi fattori di contesto. E’ da evidenziare comunque che anche le Università, potenzialmente beneficiarie degli incentivi, si troveranno ad operare molto al di sotto degli standard internazionali. Conseguentemente la politica per l’eccellenza sbandierata dal Governo da una parte non metterà in grado nessuna università italiana a competere in un ambito internazionale, dall’altra determinerà un abbassamento drammatico delle prestazioni medie del sistema, oggi accettabili se confrontate con quelle di altri paesi, e accentuerà gli squilibri territoriali.
E’ da segnalare, a tale proposito, anche l’emendamento sostenuto dalla Lega, approvato dalla Commissione Istruzione e confermato dall’Aula sugli interventi perequativi per le università statali “per accelerare il processo di riequilibrio” che prevedibilmente penalizzerà le Università meridionali, e che non è accompagnato da misure concrete che prevedano l’introduzione di correttivi legati ad indicatori di contesto (art. 11).
Per ciò che riguarda il fondo per il merito (Art. 4) è stato eliminato il riferimento alla società CONSAP per la gestione delle prove nazionali di selezione degli allievi. La gestione di tali prove è affidata al MIUR, di concerto con il Ministero dell’Economia.
Per ciò che riguarda gli interventi per il diritto allo studio, è sicuramente in linea di principio positivo il fatto che sia stato posto il problema della copertura finanziaria dei Livelli essenziali delle prestazioni (LEP) (art. 5, comma 2, secondo periodo). Si tratta però solamente di un’affermazione di principio perché l’individuazione delle risorse è rinviato ad un altro provvedimento. Nell’immediato la manovra finanziaria ha previsto un drammatico taglio al Fondo Nazionale integrativo per le borse di studio. È da evidenziare infine che la nozione di LEP avrebbe dovuto coerentemente comportare il superamento dell’idea di un “Fondo integrativo” per la erogazione delle borse di studio e prevedere in alternativa un Fondo Nazionale per il Diritto allo studio universitario a copertura dei corrispondenti LEP.
Stato giuridico dei professori e ricercatori di ruolo (articoli da 6 a 10)La materia non è più oggetto di delega legislativa e le norme relative sono direttamente individuate nel provvedimento. In particolare per ciò che riguarda i diritti e i doveri, le modifiche più significative rispetto al testo originario sono:
- L’impegno delle 1500 ore annue per i professori a tempo pieno (e 750 per quelli a tempo definito) è esclusivamente un vincolo per la quantificazione figurativa delle attività svolte ai fini della rendicontazione dei progetti di ricerca. (Art. 6, comma 1)
- Il tetto delle 350 ore annue per i compiti didattici dei ricercatori a tempo pieno (e 200 per quelli a tempo definito) individua , come nell’attuale normativa, un impegno massimo (Art. 6, comma 3); è stata abolita quindi la norma che prevedeva un tetto minimo di 350 ore (e 250 ora per le figure a tempo definito) sia per i ricercatori che per i professori di ruolo
- La previsione di una mobilità interregionale da favorire (ovviamente senza oneri per la finanza pubblica) per i professori universitari “che hanno prestato servizio presso corsi di laurea o sedi soppresse a seguito di procedure di razionalizzazione dell’offerta formativa” (art. 7, comma 5); prendono così per la prima volta corpo alcune conseguenze del disegno di ridimensionamento del sistema universitario
- La possibilità per i professori ed i ricercatori a tempo pieno di svolgere attività di consulenza, nonché compiti istituzionali di natura non subordinata presso enti pubblici e privati (Art. 6, comma 8), ferma restante l’incompatibilità con l’esercizio delle attività libero professionali.
- La possibilità per i professori e ricercatori a tempo pieno di svolgere attività di didattica e di ricerca presso altri atenei fino ad un massimo di 5 anni (art. 6, comma 9) , e per quelli a tempo definito di svolgere le stesse attività presso università ed enti di ricerca esteri (art. 6, comma 10); a tale proposito non sembra ragionevole e coerente con l’obbiettivo dell’internazionalizzazione l’esclusione delle figure a tempo pieno dalla stessa possibilità.
Per ciò che riguarda la retribuzione dei docenti non è in linea di principio accettabile il rinvio della loro definizione ad un regolamento ministeriale (Art. 8, commi 1, 3 e 4). Una tale scelta priva i docenti universitari sia della tutela legislativa che di quella contrattuale. La vicenda degli ultimi tagli sulle retribuzioni dei docenti voluti dal Ministro Tremonti, costituisce un preoccupante segnale di allarme sulle possibili conseguenze di meccanismi affidati alla discrezionalità ministeriale.
Allo stesso modo la considerazione della discrezionalità degli Atenei in materia di erogazione o meno degli scatti triennali, subordinata alla valutazione delle attività svolte (art. 6, comma 12) , come pure quella delle altre conseguenze di una eventuale valutazione negativa (art. 6, comma 6), evidenziano anche esse l’inaccettabilità di un modello di governance accentrato nelle mani del Rettore e del CdA che non preveda la presenza di istanze di garanzia a tutela della comunità accademica nella sua interezza, al di là quindi degli inevitabili interessi accademici delle maggioranza che ha espresso il Rettore.
È confermato il passaggio delle competenze in materia disciplinare dal CUN agli Atenei, che può rafforzare ulteriormente nei fatti le prerogative del Rettore, cui tocca l’iniziativa dei procedimenti corrispondenti (Art. 10).
Norme in materia di personale accademico e di reclutamento (Titolo III)Questa parte del provvedimento ha subito molte modifiche rispetto al testo originario del Governo, sia per effetto del lavoro della Commissione Istruzione che per gli emendamenti approvati in Aula.
E’ stata introdotta l’articolazione dei settori concorsuali in settori scientifico-disciplinari che potranno essere utilizzati nelle procedure concorsuali locali relative rispettivamente alla copertura dei posti di professore di ruolo e di ricercatore a tempo determinato ed all’erogazione di assegni di ricerca (Art. 15, comma 1), mentre i settori concorsuali saranno utilizzati nelle procedure per l’abilitazione scientifica nazionale (art. 16, comma 3, lettere g ed h). È da evidenziare a tale proposito che la previsione di una diversa consistenza dei settori concorsuali nell’immediato (almeno 50 professori di I fascia) ed a regime (almeno 30 professori di I fascia) è coerente con un dimensionamento a regime dell’organico dei professori ridotto del 40% rispetto alla situazione attuale, quanto meno per la prima fascia.
La composizione delle commissioni dei concorsi locali non è più normata ed è rinviata all’autonomia degli Atenei (Art. 17, comma 1). Gli stessi vincoli previsti per le procedure sono meno stringenti. La disciplina delle chiamate è rinviata a ad un regolamento di Ateneo che dovrà comunque rispettare in particolare i principi enunciati dalla Carta Europea dei ricercatori ed essere conforme alle esigenze dell’evidenza pubblica (Art. 17, comma 1, lettera a) Non è più previsto l’obbligo della lezione sia per la copertura dei posti di ricercatore a tempo determinato che per gli altri posti. È però prevista la possibilità per le università di accertare le competenze linguistiche dell’aspirante (art. 17, comma 2, lettera c). La durata delle convenzioni con soggetti esterni per la copertura totale o parziale da parte di questi dei costi del reclutamento dei professori è portato da 10 a 15 anni (art. 17, comma 3).
L’utilizzazione delle risorse finanziarie per il personale è soggetta a 3 vincoli:
- il vincolo sulla consistenza numerica, entro intervalli percentuali definiti dal Ministero, delle diverse fasce della docenza e del personale tecnico amministrativo (Art. 5, comma 4, lettera d, da recepire nel piano triennale)
- il vincolo sulle risorse della programmazione triennale che deve prevedere almeno un quinto dei posti disponibili di professori di ruolo destinati alla chiamata “di coloro che nell’ultimo triennio non hanno prestato servizio, o non sono stati titolari di assegni di ricerca ovvero iscritti a corsi universitari nell’università stessa” (art. 17, comma 4)
- il vincolo derivante dalla nuova configurazione prevista per la figura del ricercatore a tempo determinato.
Sono previste due figure di ricercatori a tempo determinato tra loro sequenziali (art. 21). È prevista una durata complessiva delle due tipologie di contratto di 8 anni. Le due tipologie di contratto prevedono rispettivamente:
- contratti di durata triennale prorogabili una sola volta per due anni, che prevedono la possibilità di un rapporto a tempo pieno o a tempo definito, con un impegno orario annuo rispettivamente di 350 e 200 ore, diverso quindi da quello degli attuali ricercatori a tempo indeterminato, e con una retribuzione eguale a quella di questi ultimi
- un ulteriore contratto triennale non rinnovabile che prevede esclusivamente un rapporto a tempo pieno ed una retribuzione incrementata del 30%; al termine del triennio se il ricercatore ha conseguito l’idoneità scientifica nazionale e la sua attività è valutata positivamente dall’Ateneo egli è inquadrato nel ruolo dei professori associati; è previsto che le Università debbano assicurare nella loro programmazione triennale “la disponibilità delle risorse necessarie in caso di esito positivo della procedura di valutazione” (art. 21, comma 5, penultimo periodo).
La durata della fase transitoria di prima applicazione della nuova normativa è portata a 6 anni (art. 21, comma 6) ed è previsto che in tale fase il 50% delle “risorse equivalenti a quelle necessarie per coprire i posti disponibili di professore di ruolo” può essere utilizzato per procedure di chiamata diretta su posti di prima e seconda fascia riservate rispettivamente a professori associati e a ricercatori a tempo indeterminato in servizio presso l’ateneo che abbiano conseguito la corrispondente abilitazione scientifica nazionale.
A decorrere dal settimo anno “l’università può utilizzare le risorse corrispondenti fino alla metà dei posti disponibili di professore di ruolo” per la chiamata diretta dei nuovi ricercatori a tempo determinato (art. 21, comma 6, ultimo periodo).
Per ciò che riguarda tutte le procedure di chiamata diretta è previsto che la valutazione si debba svolgere “in conformità agli standard qualitativi individuati con apposito regolamento di ateneo nell’ambito dei criteri fissati con decreto del Ministro” (Art. 21, comma 5, terzo periodo). Allo stesso modo è previsto che nei concorsi per posti di ricercatore a tempo determinato la valutazione delle pubblicazioni scientifiche e del curriculum dei candidati debba essere effettuata attribuendo un punteggio motivato “secondo parametri e criteri definiti con decreto del Ministro” (Art. 21, comma 2, lettera c).
Sono da segnalare infine:
- Le limitazioni introdotte alla partecipazione ai gruppi ed ai progetti di ricerca delle università (art. 17, comma 5), che sembrano ispirate dalla volontà di limitare le forme di rapporti precari che scaturiscono dalla gestione delle attività di ricerca; tale volontà è però contraddetta dalla previsione, già presente nella proposta originaria, della cumulabilità degli assegni di ricerca “con borse di studio a qualunque titolo conferite” (art. 19, comma 3)
- L’adozione in via sperimentale del principio della tecnica della valutazione tra pari, svolta da comitati composti per almeno un terzo da professionisti operanti all’estero, nella selezione di progetti di ricerca (art. 18) (emendamento proposto da Ignazio Marino)
- L’assenza di limitazioni significative per il ricorso a contratti di insegnamento, tranne che per quelli a titolo gratuito da affidare solo a soggetti in possesso di un loro reddito (art. 20, comma 1)
- L’eliminazione per i professori ed i ricercatori della possibilità di permanere in servizio per un biennio oltre i limiti di età previsti per il collocamento a riposo (art. 22)
- La copertura degli incrementi retributivi per i ricercatori non confermati (di cui all’art. 5, comma 3, lettera f e quantificati complessivamente in 11 milioni di euro) a carico del cofinanzimento nazionale degli assegni di ricerca, cofinanziamento ridotto in tal modo di circa il 20% (art. 25, comma 11 primo periodo)
- Nello stesso tempo i maggiori costi per gli assegni derivanti dal loro adeguamento alle normative esistenti in materia previdenziale, di astensione obbligatoria per maternità e di congedo per malattia (di cui all’art. 19, comma 5), valutati in 20 milioni di euro, saranno a carico dei rimborsi elettorali ai partiti (art. 25, comma 11, secondo periodo).
Per ciò che riguarda l’età di collocamento in riposo sono da segnalare anche le proposte, non accolte dal Senato, del PD e dello stesso Ministro dell’abbassamento a 65 anni dell’età per il collocamento a riposo ed il parere negativo del CUN su tali proposte, formulato tenendo conto dei dati concreti delle previsioni di pensionamento entro il 2018, dei tempi necessari e degli attuali vincoli per il reclutamento, delle conseguenze di un accelerazione dei pensionamenti sulla sostenibilità dell’offerta formativa.
Le modifiche introdotte non modificano le caratteristiche fondamentali del modello di assetto della docenza previsto nel testo originario del governo ed in particolare la messa ad esaurimento dei ricercatori e conseguentemente la sostituzione di una figura a tempo indeterminato con una a tempo determinato e l’ulteriore innalzamento, rispetto alla situazione attuale, dell’età di accesso in una posizione stabile. Occorre evidenziare:
- la coesistenza schizofrenica tra concessioni formali alle legittime aspettative di accesso all’università di giovani precari e di progressione di carriera di ricercatori ed associati e le attuali persistenti limitazioni al turnover;
- il significato di beffa amara ai danni di tali soggetti la previsione di meccanismi destinati a restare inapplicati per l’assenza di risorse finanziarie a ciò destinate;
- il conseguente confinamento in particolare degli attuali ricercatori a tempo indeterminato in una sorta di limbo;
- la distanza lunare tra il legislatore e le misure anche eccessivamente minuziose da esso messe a punto ed il contesto in cui la riforma calerà, contesto caratterizzato dalla drammatica crisi finanziaria in cui la lucida strategia del governo sta sospingendo i nostri atenei; ci si domanda ad es. quale potrà essere il piano di programmazione triennale di un Ateneo che a partire del prossimo agosto potrebbe non essere in grado di pagare gli stipendi al proprio personale e che qualche mese dopo potrebbe essere messo nella condizione di cessare le proprie attività;
- la macchinosità del percorso di programmazione triennale degli atenei, che renderà difficilmente compatibili tra loro i diversi vincoli (ad es. accessi dall’esterno e dall’interno, consistenza numerica delle diverse fasce, procedure ordinarie di chiamata e chiamate dirette)
- per ciò che riguarda in particolare l’attivazione di un vero percorso di “tenure” al termine del primo quinquennio di contratto, sicuramente essa costituisce un passo avanti rispetto alla stesura originaria del provvedimento, ma non si può ignorare il fatto che i primi 5 anni di contratto restano totalmente scoperti e costituiscono congiuntamente all’assegno di ricerca un rapporto puramente precario eccessivamente prolungato nel tempo.
- l’assurdità di vincoli centralistici sulla consistenza numerica delle diverse fasce della docenza e del personale tecnico amministrativo con penalizzazione finanziaria nel caso di mancato rispetto dei limiti.
- l’assurdità di meccanismi di mobilità forzata.
Insegnanti precari
Gli insegnanti precari della scuola hanno cominciato un presidio il 1 settembre, in 4 stanno facendo lo sciopero della fame davanti al provveditorato di milano.
Altri presidi si stanno svolgendo in diverse parti d’Italia (leggi, da Repubblica on line, un articolo su Roma – clicca qui).
Di seguito, il comunicato FLC-CGIL
Ciao a tutte/i, l’anno scolastico inizia irrimediabilmente!
Ci siamo lasciati con le mobilitazioni di giugno e luglio e ci ritroviamo con la verifica concreta dei danni che il governo continua a produrre alla scuola pubblica, all’università e a tutti i settori della conoscenza.
La nostra mobilitazione contro lo svuotamento della scuola pubblica continuerà anche nei prossimi mesi con l’obiettivo di costruire intorno ai lavoratori della scuola, dell’università e delle ricerca la più grande alleanza possibile con studenti e cittadini, con forza sociali e associazioni perchè c’è bisogno di tutti e di ciascuno per cambiare questo stato di cose. Si ricomincia dal 1° Settembre!
La FLC CGIL di Milano sarà in presidio il 1° settembre, a partire dalle ore 14.00, davanti al Provveditorato di Milano, in via Ripamonti 85
Portiamo lì fin dal primo giorno di scuola la nostra protesta contro tutta la politica scolastica del governo,
insieme ai lavoratori precari che pagano un prezzo altissimo nell’indifferenza dei media e delle istituzioni locali.
….perché c’è bisogno di tutti e di ciascuno per cambiare questo stato di cose… c’è bisogno anche di te!
Viva l’ignoranza (da carta on line)
Articolo da Carta on line (vai all’articolo) Viva l’ignoranza Pierluigi Sullo
Scrive Franco Cassano sul numero di Carta in uscita questa settimana [nell’ambito della discussione su «la dittatura dell’ignoranza» aperto da Guido Viale]: «Pur essendo segnato da molte contraddizioni, questo blocco sociale [quello berlusconiano, ndr] è sicuramente reso coeso da un forte anti-intellettualismo. Ad esso gli intellettuali, in quanto legati allo Stato e ai suoi privilegi, appaiono non come portatori di valori e competenze necessari a tutti, ma come esponenti di aree lavorative parassitarie e protette, che permettono loro di godere di conquiste [stabilità, orario di lavoro, ferie, ecc.] sconosciute al piccolo e piccolissimo imprenditore». La destra al governo odia gli intellettuali, gli artisti, la cultura in genere, perché è portatore insano dell’ideologia del «fare», dell’«intraprendere», che non solo non sopporta regole – perciò elogia o tollera l’evasione fiscale – ma dà per inteso che il «cosa fare» sia già scritto, e inevitabile. Tutto il resto è perdita di tempo, distinguo inutili, sofisticazioni. Per questa ragione Berlusconi getta lì che dalla Costituzione andrebbero espunti i limiti sociali alle attività delle imprese, che fu esattamente il punto di equilibrio tra capitale e lavoro, ciò che permise la nascita della Repubblica «fondata sul lavoro».
La «dittatura dell’ignoranza» non consiste solo nel blob idiota delle trasmissioni televisive di intrattenimento e chiacchiera sulla «vita», di cui si può avere un orripilante riassunto, ogni sera, appunto grazie a Blob; non sta solo nella quantità di castronerie [vecchia parola simpatica adoperata dal mio professore di latino e greco al liceo] che Berlusconi riversa ogni giorno nell’imbuto dei media, tanto che il Tg1, oltre ad aver messo la foto del Capo nella nuova sigla, inizia quasi tutte le sere con la parola «Berlusconi». L’odio per la cultura diventa sempre più un disegno omicida, in senso stretto [anche se non si ammazzano persone, ma istituzioni e centri culturali].
Ci siamo accorti solo a lavoro completato che, quasi senza volerlo, nel nuovo settimanale avevamo elencato il dibattito di cui sopra, che dura da un po’ ed è molto interessante; un inserto speciale di 16 pagine sul «Mali culturali», ossia su come la manovra finanziaria tremontiana aggredisce teatro, cinema e altre attività inutili nell’epoca dell’«entertainment»; un reportage da una scuola del Veneto, che abbiamo fatto per indagare su come i tagli brutali alla scuola, che sono precedenti alla manovra, stiano sabotando la didattica in generale, la vita delle famiglie e dei bambini, e il ruolo di miscelatore di culture che la scuola può avere, ed ha, in un paese come Arzignano, in provincia di Vicenza, dove di migranti ce ne sono parecchi, e di loro figli anche. Pur essendo un comune a maggioranza leghista, Arzignano cerca di compensare con fondi comunali l’avarizia crescente dello Stato, che mette a rischio il tempo pieno. Ma fino a quando, visto che la manovra – come dicono in coro i presidenti delle Regioni – svuota le casse delle autonomie locali?
A corredo di questo reportage, abbiamo posto alcune domande a Domenico Pantaleo, il segretario della Flc Cgil [la Federazione dei lavoratori della conoscenza], il quale fa naturalmente notare come decine di migliaia di insegnanti in meno siano un attentato alla scuola, ma rende anche noto come la signora Merkel, pur varando una manovra finanziaria di entità superiore a quella di Tremonti, abbia deciso di investire più risorse sulla scuola e la formazione, non meno.
La semplice verità è che a questi berlusconiani, e al loro «blocco sociale», come dice Cassano, non importa nulla della storia e dei beni culturali [se non come «parchi tematici» per turisti], di cinema e di teatro, di ricerca e di università, di scuola di base e di asili nido [che infatti sono ormai più esclusivi dei club dove Bertolaso andava a farsi massaggiare]. Non so chi ha spiegato come proprio la «ricostruzione» dell’Aquila illustri plasticamente questa ideologia: «new town», per altro già cadenti, e totale indifferenza per la città storica, i suoi monumenti e la sua vita comunitaria. Nel nostro piccolo, il fatto che la legge per l’editoria, che avrebbe dovuto essere riscritta, giaccia in un angolo senza che si riesca a sapere se il governo onorerà i suoi impegni, è la ciliegia sulla torta.
Viva l'ignoranza (da carta on line)
Scrive Franco Cassano sul numero di Carta in uscita questa settimana [nell’ambito della discussione su «la dittatura dell’ignoranza» aperto da Guido Viale]: «Pur essendo segnato da molte contraddizioni, questo blocco sociale [quello berlusconiano, ndr] è sicuramente reso coeso da un forte anti-intellettualismo. Ad esso gli intellettuali, in quanto legati allo Stato e ai suoi privilegi, appaiono non come portatori di valori e competenze necessari a tutti, ma come esponenti di aree lavorative parassitarie e protette, che permettono loro di godere di conquiste [stabilità, orario di lavoro, ferie, ecc.] sconosciute al piccolo e piccolissimo imprenditore». La destra al governo odia gli intellettuali, gli artisti, la cultura in genere, perché è portatore insano dell’ideologia del «fare», dell’«intraprendere», che non solo non sopporta regole – perciò elogia o tollera l’evasione fiscale – ma dà per inteso che il «cosa fare» sia già scritto, e inevitabile. Tutto il resto è perdita di tempo, distinguo inutili, sofisticazioni. Per questa ragione Berlusconi getta lì che dalla Costituzione andrebbero espunti i limiti sociali alle attività delle imprese, che fu esattamente il punto di equilibrio tra capitale e lavoro, ciò che permise la nascita della Repubblica «fondata sul lavoro».
La «dittatura dell’ignoranza» non consiste solo nel blob idiota delle trasmissioni televisive di intrattenimento e chiacchiera sulla «vita», di cui si può avere un orripilante riassunto, ogni sera, appunto grazie a Blob; non sta solo nella quantità di castronerie [vecchia parola simpatica adoperata dal mio professore di latino e greco al liceo] che Berlusconi riversa ogni giorno nell’imbuto dei media, tanto che il Tg1, oltre ad aver messo la foto del Capo nella nuova sigla, inizia quasi tutte le sere con la parola «Berlusconi». L’odio per la cultura diventa sempre più un disegno omicida, in senso stretto [anche se non si ammazzano persone, ma istituzioni e centri culturali].
Ci siamo accorti solo a lavoro completato che, quasi senza volerlo, nel nuovo settimanale avevamo elencato il dibattito di cui sopra, che dura da un po’ ed è molto interessante; un inserto speciale di 16 pagine sul «Mali culturali», ossia su come la manovra finanziaria tremontiana aggredisce teatro, cinema e altre attività inutili nell’epoca dell’«entertainment»; un reportage da una scuola del Veneto, che abbiamo fatto per indagare su come i tagli brutali alla scuola, che sono precedenti alla manovra, stiano sabotando la didattica in generale, la vita delle famiglie e dei bambini, e il ruolo di miscelatore di culture che la scuola può avere, ed ha, in un paese come Arzignano, in provincia di Vicenza, dove di migranti ce ne sono parecchi, e di loro figli anche. Pur essendo un comune a maggioranza leghista, Arzignano cerca di compensare con fondi comunali l’avarizia crescente dello Stato, che mette a rischio il tempo pieno. Ma fino a quando, visto che la manovra – come dicono in coro i presidenti delle Regioni – svuota le casse delle autonomie locali?
A corredo di questo reportage, abbiamo posto alcune domande a Domenico Pantaleo, il segretario della Flc Cgil [la Federazione dei lavoratori della conoscenza], il quale fa naturalmente notare come decine di migliaia di insegnanti in meno siano un attentato alla scuola, ma rende anche noto come la signora Merkel, pur varando una manovra finanziaria di entità superiore a quella di Tremonti, abbia deciso di investire più risorse sulla scuola e la formazione, non meno.
La semplice verità è che a questi berlusconiani, e al loro «blocco sociale», come dice Cassano, non importa nulla della storia e dei beni culturali [se non come «parchi tematici» per turisti], di cinema e di teatro, di ricerca e di università, di scuola di base e di asili nido [che infatti sono ormai più esclusivi dei club dove Bertolaso andava a farsi massaggiare]. Non so chi ha spiegato come proprio la «ricostruzione» dell’Aquila illustri plasticamente questa ideologia: «new town», per altro già cadenti, e totale indifferenza per la città storica, i suoi monumenti e la sua vita comunitaria. Nel nostro piccolo, il fatto che la legge per l’editoria, che avrebbe dovuto essere riscritta, giaccia in un angolo senza che si riesca a sapere se il governo onorerà i suoi impegni, è la ciliegia sulla torta.
Newsletter di Uninversi
Riceviamo e volentieri pubblichiamo la newsletter di Uninversi
In una Milano dove in questi giorni per l’ennesima volta si è scatenato l’ennesimo violento attacco contro gli spazi sociali, l’anno della formazione, intanto, volge al termine.
Le scuole di ogni ordine e grado tuttavia non sentono il clima vacanziero, ma sono in totale subbuglio tra scrutini che saltano e una ministra sempre più sorda al fragoroso crollo del sistema formativo del bel paese.
L’università ovviamente non se la passa meglio, ed il collasso anche qui è alle porte. Cosa succederà da qui alla ripresa dell’attività accademica? Nessuno lo sà, ciò di cui siamo certi è che non si intravede luce in fondo al tunnel…
Intanto molti progetti coltivati durante l’anno arrivano al loro culmine: è il caso di "Raccontami", un progetto degli studenti del collettivo AutArt dell’accademia di Brera, dove narrazione ed arte si incontrano in maniera dirompente ed innovativa…
La presentazione di questo laboratorio si terrà il 17 e 18 giugno prossimi, per concludersi con una serata danzante venerdì 18 giugno a S. Carpoforo in sostegno ai progetti del collettivo e dell’assemblea interfacoltà milanese.
non mancate e diffondete gli inviti!
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In una Milano dove in questi giorni per l'ennesima volta si è scatenato l'ennesimo violento attacco contro gli spazi sociali, l'anno della formazione, intanto, volge al termine.Le scuole di ogni ordine e grado tuttavia non sentono il clima vacanziero, ma sono in totale subbuglio tra scrutini che saltano e una ministra sempre più sorda al fragoroso crollo del sistema formativo del bel paese.
L'università ovviamente non se la passa meglio, ed il collasso anche qui è alle porte. Cosa succederà da qui alla ripresa dell'attività accademica? Nessuno lo sà, ciò di cui siamo certi è che non si intravede luce in fondo al tunnel...
Intanto molti progetti coltivati durante l'anno arrivano al loro culmine: è il caso di "Raccontami", un progetto degli studenti del collettivo AutArt dell'accademia di Brera, dove narrazione ed arte si incontrano in maniera dirompente ed innovativa...
La presentazione di questo laboratorio si terrà il 17 e 18 giugno prossimi, per concludersi con una serata danzante venerdì 18 giugno a S. Carpoforo in sostegno ai progetti del collettivo e dell'assemblea interfacoltà milanese.
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Mozione dei ricercatori del Politecnico sulle docenze a contratto
Mozione dei ricercatori del Politecnico sulle docenze a contratto
Docenti a contratto discriminati (da repubblica on line)
Atenei, docenti a contratto discriminati. Il Codacons promuove la class action
Sull’università rischia di abbattersi una tegola: il ricorso dei professori esterni ma che in numero sempre maggiore ricoprono le stesse mansioni dei colleghi "strutturati" di MANUEL MASSIMO
Sull’università italiana, alle prese con cronici problemi di sottofinanziamento, sta per abbattersi una tegola giudiziaria che potrebbe far sballare i bilanci di molti atenei che in questi anni hanno attinto all’inesauribile bacino dei “docenti a contratto” in maniera un po’ troppo disinvolta. Accanto ai professori “strutturati” (ordinari e associati) e ai ricercatori, incardinati nel sistema accademico, esiste infatti una larghissima fetta di freelance della cattedra – “esterni” all’università – che di fatto svolgono le loro stesse mansioni (insegnamento frontale, ricevimento degli studenti, esami e sedute di laurea) percependo però un compenso simbolico e talvolta addirittura gratis. Il tutto senza alcun trattamento assistenziale e previdenziale. Un’evidente disparità che l’associazione di consumatori Codacons si propone di sanare attraverso una class action di portata nazionale.
Docenti discriminati. Il presidente del Codacons, l’avvocato Carlo Rienzi, fa una stima del fenomeno: “Oggi, in un pullulare di nuovi corsi di laurea, a fronte di un 45% circa di professori strutturati, ivi compresi i ricercatori, il 55% del corpo docente è composto da professori a contratto che, pur essendo impegnati in mansioni del tutto paritetiche a quelle dei docenti interni, ricevono un trattamento economico a dir poco insignificante e sono privi di qualunque tutela assistenziale e previdenziale”. Per questo il Codacons ha deciso di schierarsi a difesa dei diritti che finora sono stati negati ai professori a contratto e di agire con un’azione giurisdizionale contro le Università e i Ministeri responsabili di un simile “caso” tutto italiano.
Correva l’anno 1998. La figura del docente a contratto nasce per decreto, firmato dall’allora ministro dell’Università Luigi Berlinguer, con lo specifico compito di “sopperire a particolari e motivate esigenze didattiche”: grazie a questa norma le università possono stipulare, laddove lo ritengano necessario, contratti di diritto privato con “studiosi od esperti di comprovata qualificazione professionale e scientifica” per l’insegnamento nei corsi e per lo svolgimento di attività didattiche integrative. Ben presto, però, quella che doveva essere una misura “eccezionale” diventa la regola e in pochi anni – complice anche la riforma del 3+2 e la conseguente moltiplicazione delle cattedre – sono sempre di più i corsi che vengono “appaltati” a professori a contratto low cost. Nel 2007 il decreto Mussi fissa un tetto del 50% agli insegnamenti affidati a contratto in ciascun corso di laurea, ma si tratta di una misura tardiva e poco incisiva: il fenomeno ha ormai assunto una dimensione preoccupante.
I furbetti del “contrattino”. Le cifre dell’Ufficio di Statistica del Miur, peraltro, confermano in pieno il ricorso massiccio degli atenei al bacino dei “contrattisti” per l’affidamento di moduli didattici all’interno delle facoltà. Il tutto a fronte di un sostanziale immobilismo nelle categorie dei docenti “strutturati”, rilevato al 31 dicembre di ciascun anno accademico: nel 2002 gli ordinari erano 18.131, nel 2008 18.929 (con un picco nel 2006, 19.845); stesso discorso per gli associati, che nel 2002 erano 18.502 e nel 2008 18.256. Variazioni poco significative. I docenti a contratto, invece, hanno avuto fin da subito un peso importante e crescente anno dopo anno, con veri e propri exploit: i titolari di insegnamenti ufficiali e/o attività didattiche integrative nel 2002 erano 31.775, nel 2008 ben 48.692 (con un picco di 51.365 nel 2007). Prova “provata” che le università hanno utilizzato lo strumento del “contrattino” per mantenere – e in taluni casi ampliare – l’offerta formativa “appaltando” intere cattedre all’esterno: una manna per il bilancio d’ateneo, che ora però potrebbe trasformarsi in un boomerang per i rettori.
Class action per tutti. La strategia processuale vagliata dal Codacons per i professori a contratto si snoda in due fasi distinte ma connesse tra loro: la prima consiste nella proposizione di un ricorso al Tar (Tribunale Amministrativo Regionale) che potrà essere intrapreso individualmente da ciascun docente universitario a contratto interessato; la seconda, a cui i professori a contratto ricorrenti al Tar potranno aderire gratuitamente, essendo loro richiesto solo il versamento di parte della quota di iscrizione all’associazione, consiste nella proposizione di una class action di portata nazionale. “Entrambe le azioni – sottolinea il presidente Rienzi – saranno volte al ripristino della legalità con conseguente riconoscimento in capo ai docenti del diritto alla corresponsione di una giusta retribuzione e del trattamento previdenziale e assistenziale, oltre al pagamento delle differenze retributive già maturate”.
(13 giugno 2010)
Docenti a contratto discriminati (da repubblica on line)
Sull’università italiana, alle prese con cronici problemi di sottofinanziamento, sta per abbattersi una tegola giudiziaria che potrebbe far sballare i bilanci di molti atenei che in questi anni hanno attinto all’inesauribile bacino dei “docenti a contratto” in maniera un po’ troppo disinvolta. Accanto ai professori “strutturati” (ordinari e associati) e ai ricercatori, incardinati nel sistema accademico, esiste infatti una larghissima fetta di freelance della cattedra - “esterni” all’università - che di fatto svolgono le loro stesse mansioni (insegnamento frontale, ricevimento degli studenti, esami e sedute di laurea) percependo però un compenso simbolico e talvolta addirittura gratis. Il tutto senza alcun trattamento assistenziale e previdenziale. Un’evidente disparità che l’associazione di consumatori Codacons si propone di sanare attraverso una class action di portata nazionale.
Docenti discriminati. Il presidente del Codacons, l’avvocato Carlo Rienzi, fa una stima del fenomeno: “Oggi, in un pullulare di nuovi corsi di laurea, a fronte di un 45% circa di professori strutturati, ivi compresi i ricercatori, il 55% del corpo docente è composto da professori a contratto che, pur essendo impegnati in mansioni del tutto paritetiche a quelle dei docenti interni, ricevono un trattamento economico a dir poco insignificante e sono privi di qualunque tutela assistenziale e previdenziale”. Per questo il Codacons ha deciso di schierarsi a difesa dei diritti che finora sono stati negati ai professori a contratto e di agire con un’azione giurisdizionale contro le Università e i Ministeri responsabili di un simile “caso” tutto italiano.
Correva l’anno 1998. La figura del docente a contratto nasce per decreto, firmato dall’allora ministro dell’Università Luigi Berlinguer, con lo specifico compito di “sopperire a particolari e motivate esigenze didattiche”: grazie a questa norma le università possono stipulare, laddove lo ritengano necessario, contratti di diritto privato con “studiosi od esperti di comprovata qualificazione professionale e scientifica” per l’insegnamento nei corsi e per lo svolgimento di attività didattiche integrative. Ben presto, però, quella che doveva essere una misura “eccezionale” diventa la regola e in pochi anni - complice anche la riforma del 3+2 e la conseguente moltiplicazione delle cattedre - sono sempre di più i corsi che vengono “appaltati” a professori a contratto low cost. Nel 2007 il decreto Mussi fissa un tetto del 50% agli insegnamenti affidati a contratto in ciascun corso di laurea, ma si tratta di una misura tardiva e poco incisiva: il fenomeno ha ormai assunto una dimensione preoccupante.
I furbetti del “contrattino”. Le cifre dell’Ufficio di Statistica del Miur, peraltro, confermano in pieno il ricorso massiccio degli atenei al bacino dei “contrattisti” per l’affidamento di moduli didattici all’interno delle facoltà. Il tutto a fronte di un sostanziale immobilismo nelle categorie dei docenti “strutturati”, rilevato al 31 dicembre di ciascun anno accademico: nel 2002 gli ordinari erano 18.131, nel 2008 18.929 (con un picco nel 2006, 19.845); stesso discorso per gli associati, che nel 2002 erano 18.502 e nel 2008 18.256. Variazioni poco significative. I docenti a contratto, invece, hanno avuto fin da subito un peso importante e crescente anno dopo anno, con veri e propri exploit: i titolari di insegnamenti ufficiali e/o attività didattiche integrative nel 2002 erano 31.775, nel 2008 ben 48.692 (con un picco di 51.365 nel 2007). Prova “provata” che le università hanno utilizzato lo strumento del “contrattino” per mantenere - e in taluni casi ampliare - l’offerta formativa “appaltando” intere cattedre all’esterno: una manna per il bilancio d’ateneo, che ora però potrebbe trasformarsi in un boomerang per i rettori.
Class action per tutti. La strategia processuale vagliata dal Codacons per i professori a contratto si snoda in due fasi distinte ma connesse tra loro: la prima consiste nella proposizione di un ricorso al Tar (Tribunale Amministrativo Regionale) che potrà essere intrapreso individualmente da ciascun docente universitario a contratto interessato; la seconda, a cui i professori a contratto ricorrenti al Tar potranno aderire gratuitamente, essendo loro richiesto solo il versamento di parte della quota di iscrizione all’associazione, consiste nella proposizione di una class action di portata nazionale. “Entrambe le azioni - sottolinea il presidente Rienzi - saranno volte al ripristino della legalità con conseguente riconoscimento in capo ai docenti del diritto alla corresponsione di una giusta retribuzione e del trattamento previdenziale e assistenziale, oltre al pagamento delle differenze retributive già maturate”.
(13 giugno 2010)
Problemi di maturità (da Carta on line)
Una bella prova di maturità (Anna Pizzo) [9 Giugno 2010]
Dopo aver terrorizzato i circa cinquecentomila candidati alla maturità e le loro famiglie; dopo aver costretto gli insegnanti che non ne possono più di continue docce fredde a dover dichiarare che sono disposti a «disobbedire» al ministro perché ci vuole un po’ di buon senso. Dopo tutto questo, nel giro di poche ore sapete quale alta prova di maturità ha fornito il ministro dell’istruzione, Gelmini?
È andata alla trasmissione di Bruno Vespa a dire che anche con un cinque si può essere ammessi a sostenere la maturità e che, insomma, toccherà ai collegi dei docenti assumere, con senso di responsabilità, la decisione. Fare, cioè, quello che i docenti hanno sempre fatto. Perché dopo il terremoto di qualche giorno fa si cambia di nuovo strada? Forse perché anche%
Problemi di maturità (da Carta on line)
Una bella prova di maturità (Anna Pizzo) [9 Giugno 2010]
Dopo aver terrorizzato i circa cinquecentomila candidati alla maturità e le loro famiglie; dopo aver costretto gli insegnanti che non ne possono più di continue docce fredde a dover dichiarare che sono disposti a «disobbedire» al ministro perché ci vuole un po’ di buon senso. Dopo tutto questo, nel giro di poche ore sapete quale alta prova di maturità ha fornito il ministro dell’istruzione, Gelmini?
È andata alla trasmissione di Bruno Vespa a dire che anche con un cinque si può essere ammessi a sostenere la maturità e che, insomma, toccherà ai collegi dei docenti assumere, con senso di responsabilità, la decisione. Fare, cioè, quello che i docenti hanno sempre fatto. Perché dopo il terremoto di qualche giorno fa si cambia di nuovo strada? Forse perché anche%
Statali e insegnanti in corteo contro la manovra (articolo da l’Unità)
Statali e insegnanti in corteo. I «soliti noti» contro la manovra
«Noi abbiamo il diritto di non essere ingannati. Il governo non dica cose false sul futuro del Paese. Noi non ci chiamiamo Alice e non viviamo nel paese delle meraviglie». Il segretario della Cgil Guglielmo Epifani parla in piazza del Popolo di fronte ad una marea rossa di bandiere e raccoglie lunghi e ripetuti applausi da questo popolo reale, in carne ed ossa, che è venuto a Roma da tutta Italia per dire no alla manovra del governo. Nessun riferimento a questa manifestazione nazionale nei titoli del Tg1 delle 13.30 di Augusto Minzolini, silenzio sul grido di allarme che migliaia di lavoratori e lavoratrici, precari, pensionati, ricercatori, giovani e vecchi lanciano sfilando per le vie della Capitale. Gli organizzatori annunciano dal palco 100mila persone, la Questura 25mila. Sminuire, come ha fatto il governo con la crisi, fino ad ora. Ma questo «fiume rosso», così lo definiscono gli organizzatori, si ingrossa via via, e la piazza diventa sempre più stretta: in fondo è come il dissenso a Silvio Berlusconi, cresce e anche se non tutti lo raccontano prima o poi si imporrà.
Questo non è il paese delle meraviglie: è il paese di Umberto Pugliese, per esempio, che dice, «prendiamo 1400 euro al mese, non evadiamo neanche un centesimo e siamo quelli che pagheranno ancora». Dieci passi più in là c’è una banda che suona l’Internazionale, «siamo qui per Pomigliano D’Arco, cuore del Sud che rischia di fermarsi». Si protesta, si balla, si canta, si marcia. «Peccato che il governo non capisca che investendo sull’energia pulita si creano posti di lavoro e anche da lì può ripartire il Paese. Avrebbero potuto farlo con questa manovra e invece tagliano “linearmente”», commenta Marco, ricercatore di Pisa. A Roma sfilano quelli «che ogni giorno tirano la carretta – per dirla con e Epifani – e non sanno come arrivare alla fine del mese». «Tremonti questa volta l’hai fatta grossa», urla dal megafono un impiegato con il berretto rosso e la maglietta slogan «Tutto sulle nostre spalle».
La ministra Gelmini, invece, è stampata su quelle di studenti, ricercatori e insegnanti. C’è anche una ruota della Fortuna, con sopra i volti dei ministri e di Bonanni della Cisl, sindacato assente, come la Uil, d’altra parte. Il «fiume rosso» scorre lento e si ingrossa sempre di più, qua e là qualche bandiera di Rifondazione, dell’Idv, ma questo è il corteo della Cgil. Qui nessuno nega la necessità di una manovra, non è un popolo di ingenui, ma non è questa la manovra che chiedono. Se solo si fossero fatte prima le cose che si dovevano fare, «qui e in Europa – dice Epifani – stabilendo regole certe per la finanza internazionale», forse oggi i sacrifici sarebbero meno pesanti. Se solo paghessero tutti «sarebbe un paese più giusto».
Chi c’è e chi non c’è
A quelli che non ci sono, Cisl e Uil, la piazza regala un fischio, Epifani si limita a un punto interrogativo: «Dov’è l’equità in questa manovra?». Quanto al Pd: «Ha la sua manifestazione. Ha detto che aderiva a questa nostra iniziativa, ma il mio problema non è chi aderisce, ma chi condivide il cuore dei nostri ragionamenti». Ignazio Marino è meno diplomatico: «Mi aspettavo una delegazione, come annunciato dal segretario, qui oggi non vedo neanche una bandiera del Pd. Vorrà dire che la prossima volta me la porterò da solo». I politici presenti, Cesare Damiano, Vincenzo Vita, Filippo Penati, Stefano Fassina, David Sassoli, (Pd) Gennaro Migliore e Paolo Ferrero (Sel), e l’Idv di Di Pietro, si confondono tra la folla. Ci sono delegazioni sindacali arrivate da tutte le regioni: lavoro, Costituzione, diritto allo studio, alla salute, libertà d’informazione, tutto tenuto insieme nella Costituzione. Di questo senti parlare sfilando con loro. Sono quelli che alla fine si salutano cantando e ballando insieme sulle note di «Bella Ciao».
13 giugno 2010
Statali e insegnanti in corteo contro la manovra (articolo da l'Unità)
«Noi abbiamo il diritto di non essere ingannati. Il governo non dica cose false sul futuro del Paese. Noi non ci chiamiamo Alice e non viviamo nel paese delle meraviglie». Il segretario della Cgil Guglielmo Epifani parla in piazza del Popolo di fronte ad una marea rossa di bandiere e raccoglie lunghi e ripetuti applausi da questo popolo reale, in carne ed ossa, che è venuto a Roma da tutta Italia per dire no alla manovra del governo. Nessun riferimento a questa manifestazione nazionale nei titoli del Tg1 delle 13.30 di Augusto Minzolini, silenzio sul grido di allarme che migliaia di lavoratori e lavoratrici, precari, pensionati, ricercatori, giovani e vecchi lanciano sfilando per le vie della Capitale. Gli organizzatori annunciano dal palco 100mila persone, la Questura 25mila. Sminuire, come ha fatto il governo con la crisi, fino ad ora. Ma questo «fiume rosso», così lo definiscono gli organizzatori, si ingrossa via via, e la piazza diventa sempre più stretta: in fondo è come il dissenso a Silvio Berlusconi, cresce e anche se non tutti lo raccontano prima o poi si imporrà.
Questo non è il paese delle meraviglie: è il paese di Umberto Pugliese, per esempio, che dice, «prendiamo 1400 euro al mese, non evadiamo neanche un centesimo e siamo quelli che pagheranno ancora». Dieci passi più in là c’è una banda che suona l’Internazionale, «siamo qui per Pomigliano D’Arco, cuore del Sud che rischia di fermarsi». Si protesta, si balla, si canta, si marcia. «Peccato che il governo non capisca che investendo sull’energia pulita si creano posti di lavoro e anche da lì può ripartire il Paese. Avrebbero potuto farlo con questa manovra e invece tagliano “linearmente”», commenta Marco, ricercatore di Pisa. A Roma sfilano quelli «che ogni giorno tirano la carretta - per dirla con e Epifani - e non sanno come arrivare alla fine del mese». «Tremonti questa volta l’hai fatta grossa», urla dal megafono un impiegato con il berretto rosso e la maglietta slogan «Tutto sulle nostre spalle».
La ministra Gelmini, invece, è stampata su quelle di studenti, ricercatori e insegnanti. C’è anche una ruota della Fortuna, con sopra i volti dei ministri e di Bonanni della Cisl, sindacato assente, come la Uil, d’altra parte. Il «fiume rosso» scorre lento e si ingrossa sempre di più, qua e là qualche bandiera di Rifondazione, dell’Idv, ma questo è il corteo della Cgil. Qui nessuno nega la necessità di una manovra, non è un popolo di ingenui, ma non è questa la manovra che chiedono. Se solo si fossero fatte prima le cose che si dovevano fare, «qui e in Europa - dice Epifani - stabilendo regole certe per la finanza internazionale», forse oggi i sacrifici sarebbero meno pesanti. Se solo paghessero tutti «sarebbe un paese più giusto».
Chi c’è e chi non c’è
A quelli che non ci sono, Cisl e Uil, la piazza regala un fischio, Epifani si limita a un punto interrogativo: «Dov’è l’equità in questa manovra?». Quanto al Pd: «Ha la sua manifestazione. Ha detto che aderiva a questa nostra iniziativa, ma il mio problema non è chi aderisce, ma chi condivide il cuore dei nostri ragionamenti». Ignazio Marino è meno diplomatico: «Mi aspettavo una delegazione, come annunciato dal segretario, qui oggi non vedo neanche una bandiera del Pd. Vorrà dire che la prossima volta me la porterò da solo». I politici presenti, Cesare Damiano, Vincenzo Vita, Filippo Penati, Stefano Fassina, David Sassoli, (Pd) Gennaro Migliore e Paolo Ferrero (Sel), e l’Idv di Di Pietro, si confondono tra la folla. Ci sono delegazioni sindacali arrivate da tutte le regioni: lavoro, Costituzione, diritto allo studio, alla salute, libertà d’informazione, tutto tenuto insieme nella Costituzione. Di questo senti parlare sfilando con loro. Sono quelli che alla fine si salutano cantando e ballando insieme sulle note di «Bella Ciao».
13 giugno 2010
Spremuti – iniziativa FLC-CGIL in Statale 14 giugno
Spremuti - iniziativa FLC-CGIL in Statale 14 giugno
Documento unitario organizzazioni e sindacati universitari - giornata di mobilitazione
ADI, ADU, AND, ANDU, APU, CGA, CIPUR-CONFSAL, CISAL, CISL-Università, CNRU, CNU, CONFSAL-CISAPUNI-SNALS, FLC-CGIL, LINK-Coordinamento Universitario, RdB-USB Pubblico Impiego, RETE 29 APRILE, SNALS-Docenti Università, SUN, UDU, UGL-Università e Ricerca, UILPA-UR
Le Organizzazioni e le Associazioni dell'Università hanno esaminato il Decreto legge Tremonti di manovra economica straordinaria, nel suo insieme e per quanto attiene l'Università.
Considerato che la manovra colpisce in primo luogo la presenza pubblica in Italia, le Organizzazioni e le Associazioni rilevano che ciò avviene da una parte ridimensionando le risorse destinate ai servizi pubblici, dall'altra diminuendo il numero complessivo dei dipendenti e dall'altra ancora diminuendo le loro retribuzioni in modo permanente e progressivo nel tempo.
Viene così completato l'attacco alla sfera pubblica e all'Università già avviato dalla legge 133/08 sul piano economico. Per l'Università, caso unico del pubblico impiego, ciò comporta un ulteriore riduzione del finanziamento e danni definitivi per il futuro del Paese, in particolare:
- il Finanziamento Ordinario (FFO) previsto rende impossibile chiudere i bilanci dell'Università senza alcuno spazio per la ricerca: nel 2011 il taglio sarà del 14,9%;
- sarà impossibile effettuare nuovo reclutamento in ruolo nell'Università;
- viene peggiorata la condizione dei docenti e del personale t-a
- si chiudono di fatto le prospettive di inserimento nella docenza e nei ruoli del personale t-a per quasi tutti gli attuali precari;
- rimangono i tagli al diritto studio previsti della legge 133 (né sono stati ancora trasferiti alle Regioni gli stanziamenti previsti dalla legge 1/2009).
Le Organizzazioni e le Associazioni chiederanno un incontro urgente alla Presidenza del Consiglio, per rappresentare le seguenti esigenze improrogabili:
- il ripristino del FFO rispetto al 2008;
- la conservazione presso le Università delle intere retribuzioni per cessazione;
- l'eliminazione della sospensione degli scatti e degli aumenti della docenza, o quanto meno la loro trasformazione in congelamento temporaneo, al fine di uniformare il trattamento con altri settori del pubblico impiego;
- l'eliminazione di tale sospensione per i ricercatori e i professori con meno di 5 anni di anzianità;
- il ripristino della contrattazione per il personale t-a;
- l'eliminazione dei tagli e sblocco di tutti i fondi previsti per il diritto allo studio ed alloggi universitari.
Rafforzando e riconfermando il giudizio del tutto negativo sul DDL 1905 sull'Università, che il Senato si appresta ad approvare nonostante la grande protesta del mondo universitario, le Organizzazioni e le Associazioni chiedono a tutte le componenti, docenti, personale t-a, precari e studenti, di intensificare la mobilitazione e, in particolare, invitano i professori e i ricercatori ad attenersi esclusivamente ai propri compiti didattici obbligatori per legge, in primo luogo per i corsi del prossimo anno accademico.
Per il giorno 1 Luglio p.v. si svolgeranno assemblee di Ateneo nei Rettorati con occupazioni simboliche degli stessi.
Roma, 9 giugno 2010
Scrutini Bloccati (articolo da Repubblica, on line)
LA PROTESTA Scuole, scrutini bloccati così i prof contestano i tagli
Oggi ultimo giorno di lezione. Ma la protesta dei docenti prosegue anche lunedì e martedì. Stop alle valutazioni finali in 4mila classi delle superioridi SALVO INTRAVAIA (12 giugno)
ROMA - Centinaia di scrutini deserti anche ieri in Puglia, Marche, Veneto, Umbria e Sardegna. E oggi si replica. Per fare saltare una riunione basta l'assenza di un solo professore e lo sciopero di Cobas e precari per denunciare i tagli a stipendi e organici scolastici sta avendo un successo inaspettato. Oltre 40 mila posti di lavoro in meno e una pesante decurtazione salariale hanno indotto molti docenti, amministrativi, tecnici e personale ausiliario a incrociare le braccia. "È andata molto bene e siamo soltanto al primo tempo: la maggior parte sciopererà lunedì e martedì", spiega Piero Bernocchi, leader dei Cobas. Secondo le rilevazioni del sindacato, lunedì e martedì in Emilia-Romagna sono stati bloccati gli scrutini in più di una classe su cinque. Buona anche l'adesione ieri in Veneto (12 per cento) e in Sardegna (26 per cento). "Complessivamente sono almeno 4 mila - afferma Bernocchi - le classi delle superiori dove non è stato possibile tenere gli scrutini".
L'iniziativa proseguirà lunedì e martedì in Abruzzo, Basilicata, Campania, Lazio. Liguria, Lombardia, Molise, Friuli Venezia-Giulia, Piemonte, Sicilia, Toscana, Valle d'Aosta e provincia di Bolzano. E, a questo punto, che possa essere intralciata la prova nazionale Invalsi del 17 giugno per gli allievi di terza media o l'esame di maturità, al via il 22 giugno con il compito di Italiano, è un'ipotesi tutt'altro che remota. "Dopo le nostre diffide - spiega il leader del sindacato di base - la maggior parte dei presidi, per non ostacolare l'effetto della protesta, ha convocato le riunioni dopo la fine delle lezioni, e non prima. Nelle classi dove non si sono potuti svolgere gli scrutini occorrerà ripeterli",. In 12 regioni italiane le lezioni si chiudono oggi e solo dopo sarà possibile iniziare gli scrutini: lo sciopero potrebbe far slittare tutto in avanti. Complessivamente - tra elementari, medie e superiori - le classi da scrutinare quest'anno sono oltre 207 mila.
Intanto, con un fronte sindacale spaccato e con i leader che litigano, nel Paese la protesta contro i tagli prende anche altre forme. A Milano duecento tra insegnanti, genitori e studenti hanno improvvisato un "flash mob" in piazza Duomo. A Firenze, piazza Santissima Annunziata è stata trasformata in un'aula con tanto di banchi, cattedra e lavagna. A Torino, l'altro ieri è cominciata l'occupazione dell'ex istituto magistrale Regina Margherita da parte dei docenti. Mentre ieri a Cagliari si è svolto un sit-in di protesta davanti i locali dell'Ufficio scolastico regionale. I più colpiti dai tagli imposti da Tremonti saranno i soggetti più deboli, i docenti non di ruolo. Con la scomparsa di 40 mila posti già dal mese di settembre si troveranno in difficoltà 15 mila precari: i pensionamenti, appena 30 mila, indorano soltanto la pillola. E con la manovra da 25 miliardi varata pochi giorni fa il governo "mette le mani nelle tasche degli insegnanti", dicono i sindacati.
Tre gli effetti sugli stipendi di prof, maestri e personale non docente: niente rinnovo del contratto, blocco degli automatismi stipendiali e pesanti ripercussioni sulle pensioni. È la stessa relazione tecnica allegata alla legge di conversione del decreto che chiarisce i termini della questione. Il blocco degli scatti automatici (ogni 6 anni) peserà per quasi 19 miliardi di euro e produrrà effetti fino al 2048. Ogni addetto alla scuola, docente e no, perderà dal 2011 a fine carriera dai 29 mila ai 42 mila euro che non potrà più recuperare e avrà una pensione più "leggera". Oggi, supportata dagli studenti, sarà in piazza a Roma con due cortei la Flc Cgil. Lunedì 15, Cisl scuola, Uil Scuola, Snals Confsal e Gilda degli insegnanti manifesteranno sempre nella capitale e il 25 giugno sarà la volta dello sciopero generale indetto dalla Cgil.
Crisi e Ricerca: Roma taglia, Berlino investe (articolo da l'Unità)
Berlino, giugno 2010. Posto di fronte alla necessità di dare il buon esempio e contribuire a stabilizzare sia la moneta sia la stessa economia dell’Unione europea riportando in ordine i conti pubblici, il governo tedesco di centrodestra guidato da Angela Merkel ha varato una dura manovra di bilancio. La più dura del dopoguerra: 80 miliardi di euro di tagli da qui al 2014 che incideranno molto sul welfare della Germania.
Roma, giugno 2010. Posto di fronte alla necessità di dare il buon esempio e contribuire a stabilizzare moneta ed economia dell’Unione riportando in ordine i conti pubblici (molto meno in ordine di quelli tedeschi), il governo italiano di centrodestra (più di destra che di centro, per la verità) di Silvio Berlusconi ha varato una manovra di bilancio di portata analoga: 24,9 miliardi di euro in due anni che incideranno molto sul welfare dell’Italia.
Ma le analogie tra le due manovre si fermano qui.
Mentre, infatti, a Berlino la mano severa di Angela Merkel taglia 80 miliardi di welfare da qui al 2014, l’altra mano, saggia, investe 13 miliardi di euro da qui al 2013 in formazione e ricerca scientifica.
A Roma invece, mentre la mano severa di Silvio Berlusconi taglia 25 miliardi di euro in due anni, l’altra mano, sciocca, scarnifica ciò che resta della spesa in scuola, ricerca e cultura. Solo la “moral suasion” del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha evitato che Enti pubblici di ricerca e istituzioni culturali di assoluto valore internazionale venissero soppressi con un tratto di penna perché giudicati “inutili” dal nostro ministro dell’Economia.
La differenza è, dunque, fin troppo evidente. A Berlino Angela Merkel e i suoi ministri non solo hanno capito che in un Paese lungimirante tutto si può tagliare, tranne che il futuro. Ma hanno capito anche che, se un Paese lungimirante vuole uscire più forte dalla crisi, deve stringere un bel po’ di più la cinghia oggi per investire sul sapere che porterà frutto domani. E il domani della Germania, dell’Europa e del mondo sono la conoscenza e il capitale umano: la formazione e la ricerca scientifica. Pubbliche.
A Roma Silvio Berlusconi e i suoi ministri non solo pensano di fare cassa oggi raschiando il fondo del barile della scuola, dell’università, della ricerca e delle svariate altre forme di cultura e rinunciando al futuro. A Roma pensano anche che la produzione di conoscenza sia un escamotage inventato da qualche fannullone per guadagnare molto e faticare poco a spese dello Stato. E la tagliano con furia iconoclasta.
La differenza tra Berlino e Roma è tutta qui. E non è davvero poco.
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